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Se il fanciullo romano viene educato ad elevare la sua istintività
di puer per varcare le soglie di un mondo umano e razionale e diventare
un vir, nel nobile significato di chi ha appreso ad esercitare la virtus,
lo schiavo (servus) è un uomo che di quel mondo ha disceso ogni
gradino per giungere alla condizione sub-umana di res, di cosa, di bene
patrimoniale.
Nel rapporto tra dominus e servus c'è un soggetto da una parte
ed un oggetto dall'altra. Di questa grave alterazione - che, sotto mutate
forme, è ancora riconoscibile ai giorni nostri - il mondo antico,
ma non solo romano, va chiamato a rispondere nei confronti dell'umanità
di ogni tempo.
Persino al di là delle rivoluzionarie motivazioni politiche, sociali,
economiche, che in epoca moderna esploderanno al grido di libertà,
uguaglianza e fraternità, si intravede un ben più profondo
tentativo delle coscienze, l'immane sforzo di ristabilire in ogni rapporto
tra individui quella pari dignità negli animi che una scellerata
costruzione filosofico-giuridica aveva gravemente disturbato.
Forse non si è trattato solo di prepotenza e tracotanza del padrone
sullo schiavo.
La stessa consapevolezza del servo di essere catalogato dalla società
come oggetto e di non avere un'identità umana come quella del dominus
deve avere innestato l'alterazione nel rapporto.
A quella consapevolezza va infatti subito a conformarsi, il dominio del
padrone, il quale, come un servomeccanismo, va a rettificare la condotta
del servo ogni volta che costui mostra la naturale tendenza a trasformarsi
da oggetto di proprietà altrui in soggetto umanamente distinto
dal padrone.
Ad evitare castighi, lo schiavo si sforza allora di negare in ogni momento
se stesso, per far capire al padrone di non avere altra identità,
se non quella voluta dal dominus. Da parte sua il padrone è attento
a controllare ogni sconfinamento del servo verso una personalità
autonoma dalla sua ed anche quando richiede a quello intelligenza ed ingegno,
è pronto ad attribuirsele subito come proprie legittime qualità.
Nella Roma di Traiano, su 1.200.000 anime ci sono 400.000 schiavi.Soltanto
Cesare ne porta dalla Gallia più di diecimila.Nel I secolo a.C.
un liberto, certo Gaio Celio Isidoro ne possiede più di 4.000.
La legge Fufia Caninia dell'8 a.C. vieta, forse anche per motivi di ordine
pubblico, a chiunque possegga più di 500 schiavi di liberarne più
di 100.
Il modo più drammatico per diventare servo è certo quello
dei prigionieri di guerra. Dopo la cattura e l'eventuale esibizione della
preda nel corteo trionfale, i prigionieri vanno venduti all'asta ai privati
ed il ricavato va versato nelle casse dello Stato. Riferisce Plutarco
che un certo Paccio, servo di Catone, per aver comprato come schiavi alcuni
prigionieri ad insaputa del padrone, si impiccò quando seppe che
questi era venuto a conoscenza di questa illecita appropriazione. Ciò
perché delle azioni di uno schiavo risponde il padrone e Catone
non può acquistare come privato le sue prede belliche.
Il figlio di una schiava che nasce in casa del padrone è schiavo
dalla nascita. Quand'è piccolo è molto vezzeggiato dai padroni,
che per distinguerlo da quelli acquistati o ricevuti in dono da altri
lo chiamano vernula.
Seneca si compiace del differente atteggiamento tenuto in casa nei confronti
dei figli, verso cui sussiste un dovere educativo, e verso i piccoli schiavi,
la cui crescita morale non interessa:
"cogita filiorum nos modestia delectari, vernularum licentia (considera
come ci fa piacere osservare la moderazione nei nostri figli e l'insolente
temerarietà negli schiavetti di casa).
Diventano schiavi, anche se nascono liberi, i bambini rapiti ed allevati
da briganti e pirati e quelli venduti o esposti dal paterfamilias e quanti
hanno commesso un reato che comporta la perdita della libertà personale
e chi non ha più i mezzi per pagare i suoi creditori. Da tutti
questi individui sono alimentati i mercati mondiali di merce umana.
Gli schiavi in vendita vengono messi su un palco girevole chiamato catasta.
Quelli da poco giunti da territori d'oltremare si distinguono dal piede
imbiancato col gesso (gypsati). Al collo di ognuno pende un cartello (titulus)
con tutte le indicazioni utili per il compratore: nazionalità,
attitudini, qualità, difetti.
Ci sono giganteschi dalmati, scelti accuratamente della stessa statura
e venduti in serie, usati come lecticarii, per portare in strada, alta
sul popolino, la lettiga dei padroni. Ci sono giovinetti belli e graziosi
dai lunghi capelli, destinati a fare da coppieri nel banchetto. Ci sono
cuochi abilissimi, dottissimi graeculi, diminutivo dispregiativo di greci,
e musicisti, architetti, cameriere, ballerine, nani, ci sono viatores
e cursores, veloci corridori che hanno l'obbligo di precedere di corsa
l'arrivo della carrozza del padrone.
I prezzi variano secondo l'età e le qualità dello schiavo.
Riferisce Plinio il Vecchio che un grammatico è pagato 700.000
sesterzi, un patrimonio.Se oggi si vendessero i professori come allora
si vendevano i loro antichi colleghi non ci sarebbe certo gente disposta
a pagarli così cari. Le doti che fanno salire i prezzi sono innanzi
tutto l'intelligenza e la dottrina, viene poi la bellezza e le varie attitudini
specifiche.
Moltissimi gli schiavi impiegati nell' industria edilizia, in fabbriche
di mattoni, di vasi di terracotta, nella concia del cuoio, nei vari rami
dell'artigianato.
Gli schiavi privati della familia urbana, a secondo del numero possono
essere alle dirette dipendenze del padrone o affidati ad un altro schiavo
o liberto, il procurator.
Se sono in molti vengono raggruppati in decuriae, gruppi di dieci, ciascuno
affidato ad un capo. Nel racconto di Petronio Trimalcione nel mezzo del
suo banchetto non sa più neppure lui con precisione a quale dei
suoi servitori sta dando ordini: "Di quale decuria sei tu?"
- domanda ad un cuoco - "Della quarantesima" risponde l'altro.
Comprato o nato in casa?" "Né una cosa, né l'altra;
ti sono stato donato con un testamento" "Bene, guarda di farti
onore, altrimenti ti farò andare nella decuria dei corrieri".
In casa ci sono schiavi ordinarii, adibiti a compiti particolari, oppure
vulgares, personale di fatica. Gli schiavi vengono impiegati nei compiti
più svariati, molti dei quali sono oggi inesistenti. Si fabbricano
tessuti, si prepara il bagno del padrone, si lavano i panni. Si devono
accendere ogni sera decine e decine di lampade (e poi pulire pareti e
soffitti dal fumo che li annerisce) per procurarsi quella luce artificiale
che ora otteniamo con la semplice pressione delle dita su un interruttore.
Marziale fa sapere che alle terme persino le persone più modeste
si portano appresso almeno tre schiavi. Catullo ci dice che non avere
neppure uno schiavo è indice della più degradante miseria.
Nella casa si aggirano poi schiavi amministratori, incaricati della tenuta
dei libri (dispensatores), il tesoriere (arcarius), il contabile (sumptuarius).
Ci sono quelli che si occupano della pulizia della casa, delle scuderie,
dei cavalli. I camerieri personali del padrone, della padrona. Un certo
numero di servi è adibito ai bambini. Ci sono cuochi e sottocuochi
alle dipendenze dell' archimagirus che li comanda tutti. Gli amanuenses
addetti al servizio della corrispondenza, i tabellarii, camminatori che
recapitano le lettere.
Cicerone ci informa che Attico tiene, oltre agli schiavi necessari alla
sua famiglia, altri schiavi al solo scopo speculativo di darli in prestito
a pagamento.
Orazio ad un suo schiavo che non si comporta come si deve minaccia di
spedirlo per punizione nella familia rustica, villa di campagna con annessa
azienda agricola, dove gli schiavi sono soggetti ad una disciplina assai
più rigorosa e legati al duro lavoro della terra. La loro è
una vita molto faticosa. Qui comanda il vilicus sotto al quale stanno
i magistri officiorum o operum, le maestranze che dirigono e sorvegliano
gli schiavi (operae, da cui il nostro termine "operai") addetti
ai pesanti lavori della campagna.
Ci sono poi gli schiavi pubblici (familia publica). Sono impiegati soprattutto
nei servizi amministrativi e finanziari dello Stato. Sanno leggere e scrivere
perché sono stati istruiti in scuole per schiavi imperiali (paedagogia)
e ricevono un trattamento certo migliore di quello riservato alla gran
massa dei lavoratori manuali. Il ruolo di potere svolto dagli schiavi
imperiali, che hanno anch'essi altri schiavi a disposizione (vicarii)
in una gerarchia da fare invidia ad un'organizzazione di tipo ministeriale,
stupisce per le facoltà attribuite.
C'è bisogno di una casta di funzionari su cui fare assoluto affidamento
ed il cui destino sia indissolubilmente legato a quello degli imperatori
e della corte: schiavi e liberti costituiscono dunque la spina dorsale
dell'apparato burocratico statale.
Fermo restando che uno schiavo è sempre e comunque un bene di
proprietà del padrone, i rapporti tra i due possono assumere svariati
caratteri.
Troviamo ad esempio padroni che provano per i servi freddo disprezzo e
brutale severità, come un tale Vedio Pollione che getta per castigo
gli schiavi alle murene.
Dall'altra parte la continua negazione della propria identità porta
talvolta lo schiavo ad una passività indolente con improvvise reazioni
di rancore ed odio verso il padrone, spinte fino all'assassinio. Racconta
Plinio il Giovane che un liberto "
un certo Largio Macedone,
che poco o forse anzi troppo si ricordava che suo padre era stato schiavo,
è al bagno nella sua villa di Formia. Ecco che a un tratto gli
schiavi lo circondano: chi lo prende alla gola, chi gli percuote il viso,
chi lo colpisce al petto, al ventre e, orribile a dirsi, nelle parti basse.
Quello fa finta di essere morto. Accorrono urlando schiavi fedeli. Fuga
generale degli altri, alcuni dei quali però vengono presi. Dopo
pochi giorni il padrone morirà, ma prima di morire avrà
avuto la consolazione della vendetta. Ita vivus vendicatus, uti occisi
solent (vendicato da vivo, come vengono vendicati gli uccisi).
Nella lettera all'amico Acilio Plinio commenta: ma vedi a quanti pericoli
siamo oggi esposti?
In realtà nella società romana i più perversi, i
più viziosi, i più crudeli sono proprio gli schiavi liberati,
i liberti. In questi uomini affrancati ed arricchiti, pur nella nuova
condizione economica e giuridica permane spesso l'animo tristo dello schiavo,
sempre alla ricerca di quell'identità che si è per tanto
tempo negata.
C'è poi chi, come Catone, lavora nei campi insieme agli schiavi,
ma, a quanto riferisce Plutarco, che se ne scandalizza, consiglia "
di
vendere gli schiavi quando invecchiano o si ammalano per non nutrire bocche
inutili".
A questo comportamento uno stoico come Plutarco insorge e a sentirlo
non sembra neppure che stia parlando uno scrittore pagano: "questo
trattare gli schiavi come fossero bestie da soma e cacciarli via e venderli
una volta vecchi è indice di natura gretta che non sa vedere tra
uomo e uomo nessun legame che non sia quello dell'utilità...Non
si devono trattare gli esseri viventi come scarpe o suppellettili che
si buttano via quando sono rotte o logorate dall'uso; dobbiamo abituarci
ad essere dolci e clementi con gli altri, se non altro per esercitarci
all'amore verso il prossimo".
Non mancano esempi di affettuosa convivenza tra padroni e schiavi, come
la nota grande intesa tra il dottissimo schiavo-segretario Tirone ed il
suo padrone Cicerone. Alla morte del padrone Tirone si adopererà
per la diligente pubblicazione delle sue opere.
Uno schiavo non può possedere beni, non può contrarre nozze
legittime e non ha in giudizio alcuna azione contro gli arbitrari maltrattamenti
del padrone.
Fortunatamente nel tempo questo severo regime giuridico viene mitigato.
Così si stabilisce che il servo può avere un peculium, somma
di denaro derivante da regalie ricevute dal padrone o dagli amici di questi
per le sue piccole spese, con la quale può anche arrivare a pagarsi
il riscatto e comprarsi la libertà. Può scegliersi una compagna
(conserva) tra le schiave e contrarre con lei un matrimonio servile (contubernium),
anche se queste nozze non produrranno alcun effetto giuridico: eventuali
figli nasceranno come beni di proprietà del padrone, al quale solo
in età imperiale sarà proibito vendere separatamente i componenti
di questa unione servile.
Le pene inflitte agli schiavi sono durissime. Il medico Galeno denuncia
che molti schiavi hanno denti rotti ed occhi ammaccati dai pugni.
L'ergastulum è una specie di prigione di campagna, in cui gli schiavi
castigati attendono ai lavori più duri, come ad esempio girare,
stando in catene, la pesante ruota di pietra vulcanica del mulino, lavoro
solitamente affidato alle bestie. In casa il padrone e la padrona ricorrono
con molta facilità alla fustigazione.
Si arriva a forme di tortura raccapriccianti, come l'applicazione sul
corpo di lamine incandescenti, all'uso dell'eculeus, uno strumento che
stira il corpo e spezza le giunture, al crurifragium, la frattura violenta
degli stinchi praticata solitamente sui fuggitivi dopo la cattura. Agli
schiavi col marchio infuocato si scrivono in fronte (stigma) le lettere
FUG, KAL, FUR, secondo che abbia tentato la fuga, abbia calunniato il
padrone o abbia tentato un furto. Non meraviglierebbe che le nostre espressioni
"essere sfrontati" o piuttosto "andare a fronte alta"
avessero a che fare con questo genere di cose. Questo tipo di punizione
si rivela però antieconomico perché compromette la vendita
dello schiavo. Si ha però notizia di medici che con operazioni
di chirurgia estetica rimettono le cose a posto.
Quando la mancanza è tale da comportare la condanna a morte, lo
schiavo viene crocifisso con le braccia legate ad un palo (patibulum)
ed abbandonato a morire di agonia. Può essere anche mandato nell'arena
ad bestias (in pasto alle bestie feroci) o bruciato vivo, vestendolo di
una tunica imbevuta di pece (tunica molesta) alla quale viene appiccato
il fuoco.
In età imperiale l'arbitrio del dominus viene frenato. Adriano
nella prima metà del II secolo gli toglie il diritto di vita e
di morte sullo schiavo e Costantino giunge finalmente a considerare l'uccisione
del servo un omicidio.
Quando la vecchiaia intenerisce il cuore dei padroni o i fumi del vino
ne annebbiano la mente, questi è disponibile a dare la libertà
ai suoi schiavi con la manumissio, un atto che anticamente richiede forme
solenni, in seguito consiste in una semplice dichiarazione di voler liberare
lo schiavo, resa davanti agli amici o in un testamento.
In un resoconto sulla schiavitù non si può tralasciare il
celebre brano di uno scrittore, ancora uno stoico pagano, che sul tema
mostra la sensibilità di un cristiano.
Siamo al tempo di Nerone, ma già in una celebre lettera a Lucilio,
Seneca tra l'altro scrive: "
ho appreso con piacere che vivi
familiarmente con gli schiavi. Questi non sono solo tuoi schiavi, sono
tuoi compagni di schiavitù, se solo pensi che la sorte altrettanto
può contro di te e contro di loro...vuoi renderti conto che quello
che tu chiami il tuo schiavo è nato dallo stesso seme, gode dello
stesso cielo, non respira diversamente da te, non diversamente vive, non
altrimenti muore!...Lui sarà uno schiavo, ma fammi vedere chi non
lo è: uno è servo della lussuria, un altro dell'avarizia,
un altro ancora dell'ambizione, tutti della speranza, tutti del timore.
... è meglio che gli schiavi amino il padrone piuttosto che temerlo
e...non potest àmor cum timòre miscèri (l'amore non
può andare congiunto col timore). Penso che tu faccia bene a non
farti temere ed a correggere i tuoi schiavi con la parola: con la frusta
si corrreggono le fiere".
L'abolizione definitiva della schiavitù sarà sancita ufficialmente
dopo la caduta dell'impero romano di Occidente nel V° secolo e sarà
stata quella la più grande conquista del Cristianesimo.
Nel pensiero moderno è servile o tiranno soprattutto chi si sente
tale. Ma gli elementari caratteri dell'antico rapporto servile talvolta
si riaffacciano e sono ancora riconoscibili nel modo con cui si atteggiano
certe relazioni interpersonali.
Per nostra fortuna contro un' antica tara che non fa onore all'umanità
si pone ora decisamente il progresso tecnologico, che offre all'uomo come
schiavi non più dei soggetti, ma delle utilità fornite da
oggetti dalle braccia meccaniche e dai cervelli elettronici. Il più
nobile ed efficace rimedio alla tendenza del riaffacciarsi di ignobili
e remote tare resta in ogni caso l'amore per la creatura umana, annunciato
nel messaggio evangelico e già intuito dai più illuminati
dei nostri antichi progenitori romani.
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