(
Fonti: Petronio, Satyricon)
Ognuno di noi esclude per
sé un'antica origine servile, ma sta di fatto che nel mondo romano
schiavi e liberti sono stati veramente molti e statisticamente tra i nostri
antenati ce ne sono forse più di quanti non ne vorremmo.
Questo personaggio femminile
è narrato con un verismo che non lascia dubbi sul riscontro che
questa donna deve avere avuto con la realtà in cui è vissuto
l'autore.
Fortunata è uno
dei nomi femminili di liberte o schiave più frequenti nelle epigrafi
funerarie.
Non è bella, non
è giovane, non è nobile, non è intellettuale, come
certe signore cantate dai poeti. E' una mater-familias romana, che ha
conosciuto la miseria di un rango inferiore ed ora amministra una casa
agiata senza montarsi la testa.
La precedente esperienza
di vita le ha dato coraggio e buonsenso.
Ora ha solo paura che il bel sogno possa svanire.
Come ogni donna è vanitosa: ama le belle vesti e l'oro e gioisce
per l'ammirazione che può suscitare. E' ancora capace di pudore
e la sua faccia se ne avvampa.
E' una donna istintiva,
coerente negli affetti, ma che, da indaffarata casalinga che corre qua
e là, sa divenire al momento una persona molto più nobile
di certe matrone più interessate alla sorte della loro cagnetta,
che a quella del proprio marito.
La prima descrizione di
Fortunata ce la fa un invitato parlando sdraiato con il suo vicino di
mensa alla cena del marito, l'arricchito liberto Trimalcione.
"Ti interessa sapere chi è quella donna che si vede correre
qua e là?
E' Fortunata e conta i soldi del marito. Eppure fino a poco tempo fa chi
era?
Non avresti accettato dalla sua mano neppure un pezzo di pane. Nunc nec
quid, nec quare in caelum abiit, ora, non si sa come, né perché
è salita in alto. Per Trimalcione lei è tutto. Se gli dicesse
che è notte a mezzogiorno, lui ci crederebbe. Lui non sa neppure
quanto possiede, tanto è ricco. Ma lei lo sa bene e vuole sapere
tutto. E' sbrigativa, sobria e di buonsenso. Pur essendo una casalinga
linguacciuta, tantum auri vides, vale tanto oro quanta ne vedi."
Su di lei abbiamo presto
altre informazioni.
Il marito rientra nel triclinio affollato di invitati e di schiavi dopo
una breve assenza, che lui stesso molto sinceramente giustifica con improvvise
necessità fisiologiche. La sua volgarità lo induce anzi
a rendere noto ai presenti quanto sia utile, anche secondo il parere dei
medici, liberarsi senza complessi dell'aria che si forma nello stomaco.
Fortunata scoppia in una risata. Subito il marito la riprende: ridi tu,
che la notte mi svegli con le tue detonazioni!
Viene così in luce un altro lato della donna che si rivela una
popolana schietta e volgarotta.
Il marito si è ubriacato
e chiede agli invitati: Nemo vestrum rogat Fortunatam meam ut saltet?
Nessuno di voi vuole chiedere alla mia Fortunata se vuole ballare? Credetemi
nessuno balla il cordace meglio di lei. Ma nessuno si muove.
In epoca imperiale non
ci si scandalizza più se una signora entro le mura di casa sua
suona o balla, ma questo cordace è un ballo volgare e licenzioso,
più adatto a ballerine professioniste, che ad una signora, sia
pure di estrazione servile, ma che nutre ambizioni di elevazione sociale.
Di queste ambizioni se
ne ha subito una riprova, quando il marito decide di danzare da solo.
Fortunata gli è subito vicino, gli si accosta all'orecchio e gli
sussurra che danzare è una cosa stupida e da gente bassa, che non
si addice alla sua dignità.
Il marito sia pure a malincuore accoglie il suggerimento.
L'ex schiava ha preso coscienza
della sua nuova condizione e non permette che venga intaccata la gravitas,
la dignità, che ora le compete in virtù della ricchezza.
Quelle sciocchezze sono cose passate non vanno più bene in un presente,
che li costringe alle convenzioni di classi sociali più elevate.
Arriva una coppia di ospiti.
Lui deve la sua ricchezza al lavoro di costruttore di tombe, la moglie,
anche lei una schiava affrancata, ha molto in comune con Fortunata. Questa
rientra nella sala, dopo essersi messa in ordine. Ha una cintura giallina
che, sollevandole la sopravveste, rende visibile la sottostante tunica
color ciliegia, ma soprattutto mette in mostra le catene d'oro alle caviglie
e le scarpe di pelle bianca trapunte d'oro.
Tutto sarebbe perfetto
se non fosse per un sudarium, un fazzolettone legato al collo, col quale
Fortunata, dirigendosi verso Scintilla, si asciuga le mani nel tipico
gesto di chi ha finito di rigovernare la cucina. Quell'indumento e quel
gesto mandano di colpo in frantumi l'immagine della gran dama.
Dopo i convenevoli Fortunata
si toglie dalle braccia grassocce i braccialetti e li mostra all'amica
perché li ammiri. Finirà col togliersi anche gli anelli
alle caviglie e la reticella del capo, per farle constatare che è
di oro puro. Anche l'amica si toglie collana ed orecchini e li dà
da esaminare a Fortunata.
Finita la competizione
sui gioielli, le due cominciano a spettegolare.
Sono donne della stessa condizione sociale e si stabilisce subito un'intesa
tutta femminile. Si scambiano delle confidenze. Fortunata parla del suo
ideale di mater familiae, l'altra delle scappatelle del marito.
Quest'ultimo per fare una cosa spiritosa arriva di soppiatto vicino a
Fortunata e con gesto triviale le afferra i piedi e li tira sul letto
del triclinio. Fortunata si avvampa di pudore e nasconde nel fazzoletto
la faccia resa più volgare dal rossore.
C'e uno scambio di servitù.
Entrano nuovi schiavi e Trimalcione ne bacia uno. Quel gesto non piace
a Fortunata che insulta il marito fino a chiamarlo"cane". Questi
le lancia un calice e la colpisce in pieno viso.L'amica la soccorre, mentre
il marito continua a gridarle improperi. La chiama ambubaia, suonatrice
di flauto doppio, sinonimo di donnaccia. Le urla " l'ho presa dal
palco di vendita degli schiavi. Ma ora la signora non si ricorda più
che cos'era prima! Hominem inter homines feci, l' ho fatta diventare un
essere umano, ma lei ora si gonfia come una rana. Qui in pergula natus
est, aedes non somniatur, chi nasce in un ballatoio non si sogni i palazzi."
La chiama milva, arpia, per far conoscere a tutti la sua aggressività
ed anche vipera, maligna, ingrata. Le ricorda di non averla ripudiata,
nonostante si fosse dimostrata sterile.
La colpisce insomma nei suoi punti piu deboli. All'amico ordina "Non
voglio più la sua statua sulla mia tomba, perché non desidero
litigare anche dopo morto."
Fortunata è indifesa.
Di fronte a tutte quelle accuse resta disarmata e prova l'impotenza di
chi dipende dagli altri in tutto e per tutto. Non le resta che subire
l'umiliazione e piangere.
Ma proprio questa debolezza si rivelerà la sua forza. In fondo
Trimalcione vuole bene alla sua donna. L'accesso d' ira si va rapidamente
spegnendo.
L'ultima immagine di Fortunata
ce la dà lo stesso marito, che non può fare a meno di ricordare,
pieno di gratitudine, un nobile gesto della sua donna, che la riscatta
da ogni bassezza.
Racconta che una volta nel naufragio della sua prima spedizione commerciale
era andato perso tutto quanto aveva investito. In quella occasione Fortunata
aveva manifestato tutto l'affetto che nutriva per il marito. Non solo
non l'aveva abbandonato, come molte altre avrebbero fatto, ma egli dice
"omne enim aurum suum, omnia vestimenta vendidit et mi centum aureos
in manu posuit, vendette tutto il suo oro ed i suoi vestiti e mi mise
in mano cento pezzi d'oro, che furono come un lievito per il mio capitale,
che crebbe velocemente" e rispettosamente aggiunge " perché
ciò che vogliono gli dei avviene sempre in fretta".
Così questa donna
alla fine vedrà riconosciute le sue doti più belle: coraggio
e generosità, che, più di ogni suo avere, mettono in luce
un essere, restituito a buon diritto nell'ambito della humanitas.
Domenico
Augenti