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Agli inizi del secolo scorso studi di metapsichica arrivano alla conclusione che molti fenomeni della vita che precede la razionalità nell'uomo hanno carattere paranormale, sono cioè manifestazioni di quello che il filosofo francese Bergson definisce "slancio vitale", un'energia psichica inconscia capace di spaziare oltre i limiti dell'individuo, dello spazio e del tempo. Il contatto con questo tipo di realtà tenderebbe ad affievolirsi sempre piu dinnanzi al progredire nell'uomo della razionalità.
I processi logici, sollecitati dall'educazione e dall'istruzione dell'individuo nel suo normale avanzamento nell'ambiente umano, creerebbero infatti per naturale difesa dei filtri alle iniziali capacità intuitive. Anche l'antropologia ha evidenziato la frequenza di facoltà paranormali (telepatia, precognizione, chiaroveggenza, ecc.) tra individui di cultura primitiva, tra quanti hanno un basso livello di alfabetizzzione, tra i fanciulli.

Sinite parvulos venire ad me, (lasciate venire i fanciulli da Me, ordina significativamente Cristo nel primo secolo nella lontana provincia romana della Giudea, ad indicare un tenero, misterioso legame tra fanciullo e divinità. Ed in altra occasione gli adulti vengono ammoniti: non entrerà nel Regno dei Cieli chi non possiede il cuore di un fanciullo.
Maxima debetur puero reverentia, (al fanciullo è dovuto il massimo rispetto) dice Giovenale.

Quando gli tolgono le lunghe bende, che nei primi mesi di vita fasciano strettamente tutto il corpo dell'infans, (etimologicamente "non parlante") lasciando fuori solo la testa ed a volte i piedi, al fanciullo si fa indossare sulla tunica la toga praetexta, un taglio ovale di lana bianca, con bande di porpora, ad indicare il rispetto dovuto alla persona che la indossa. A Roma questo trattamento è riservato solo a fanciulli, magistrati e pontefici, che vengono così avvolti in un cerchio rosso, colore il cui magico potere protettivo viene fatto risalire ad arcaici influssi etruschi.

Dagli otto ai sedici anni il fanciullo, secondo Varrone, è un puer (termine di antica radice indo-europea che designa il cucciolo, maschio o femmina, dell'uomo e dell'animale). Dal II secolo a.C. per le femmine si comincia ad usare il termine puera ed il suo diminutivo puella.

Nonostante la severità con cui i Romani, a differenza dei Greci, educano i loro figli ad entrare nel mondo degli adulti, ci sono testimonianze di giochi e passatempi dei fanciulli. Molti giochi sono importati da nutrici e pedagoghi di provenienza greca. Come in ogni tempo, il fanciullo che gioca tende ad imitare gli adulti. Si va alla guerra salendo a cavallo di una canna, si viaggia su carrozzini trainati da capre o altri animali domestici. Le bambine attendono alla cura di figlie-bambole. Si fanno giochi di abilità con le noci e giochi di azzardo come testa e croce, morra, dadi, di regola vietati ai grandi, ai quali sono consentiti soltanto di dicembre durante le trasgressive giornate festive dei Saturnali.

Il rapporto dei genitori con i fanciulli non è privo di manifestazioni d'affetto, anche se in epoca repubblicana queste sembrano più rare, perché si teme che vengano interpretate come segni di debolezza. In un passo di Plutarco si coglie una curiosa usanza del I secolo: la maggior parte delle persone, quando bacia teneramente i propri piccoli, ne prende le orecchie tra le mani e li invita a fare altrettanto, con scherzosa allusione al fatto che essi devono amare soprattutto chi fa loro del bene attraverso le orecchie.

I fanciulli ascoltano i genitori, il cui ammaestramento ha un solo obiettivo: evitare o alleviare loro le sofferenze della vita, educandoli al migliore adattamento all'ambiente fisico, economico e sociale, cui vanno incontro. Ma il fanciullo non è un uomo, né fisicamente, né moralmente. L'atmosfera di sacralità di cui lo si circonda non impedisce di ritenere la fanciullezza un periodo di debolezza intellettuale, definito infirmitas, che in campo giuridico si accompagna ovviamente all'assenza di capacità. e responsabilità.

Seneca ci informa sul diverso atteggiamento del padre e della madre verso i fanciulli: "Non vedi quanto diversamente i padri dimostrino il loro affetto dalle madri? Quelli comandano che i figli siano svegliati per dedicarsi in tempo agli studi. Feriatis quoque diebus, non patiuntur esse otiosos (anche nei giorni festivi non sopportano che se ne restino in ozio, e spremono loro sudore ed a volte lacrime). Le madri invece vorrebbero numquam contristari, numquam flere, numquam laborare, (che non fossero mai tristi, che non piangessero mai, che non faticassero mai)!

L'educazione dei romani non è quella che danno i Greci.
La paideia greca tende al raggiungimento della perfetta armonia tra attività fisiche e mentali. Si vuole arrivare ad un insieme di bellezza, raffinatezza e cultura.
L'educatio romana tende invece a sviluppare le attitudini morali, intellettuali e fisiche dei fanciulli, lasciando l'acquisizione di cultura ad una fase successiva alla formazione del carattere. Perciò le espressioni che si usano sono prima educare (guidare) e solo piu tardi instituere o docere (insegnare).
Lo scopo principale dell'educazione romana è di condurre i fanciulli ad essere moderati nella condotta, resistenti alla fatica fisica, rispettosi della religione e della legge.

Per i Greci poi l'intera formazione dei giovani spetta allo Stato; per i Romani invece la base educativa viene costruita all'interno della famiglia, su questa base andrà in seguito impostata la formazione e l'insegnamento esterno della scuola.

La diversa mentalità educativa greca e romana emerge nelle discipline della musica e dell'atletica. Il sapere suonare il flauto e la lira, il cantare, il danzare, il dipingere, attività definite "Belle Arti" nel programma educativo dell'aristocratico greco, così come la corsa, il salto, la lotta ed il lancio del disco, non entrano nel costume romano, che non incoraggia mai a dedicarsi a quanto non abbia uno scopo pratico immediato.
L'equitazione è così preferita all'atletica.
Quanto alla musica ed alla danza i Romani le giudicano addirittura discipline che possono influire negativamente sulla formazione del carattere.

Nel corso del III e del II secolo avanti Cristo, lo scontro tra queste due impostazioni diventa critico e verrà superato solo in epoca imperiale con la definitiva adozione del modello greco, sostenuto dal circolo degli Scipioni, che ha la meglio sull'impostazione conservatrice di Catone il Censore, ostinato nemico della civiltà ellenistica, in nome di una Romanità intesa come rigida custode del mos maiorum, l'antico costume degli antenati, codificato nel V secolo a.C. nelle XII Tavole.

Comunque anche i testi classici usati nelle scuole di Grecia, soprattutto i poemi omerici, sono in grado di offrire al fanciullo una sintesi di tutte le virtù: dal valore guerriero, all'amore per la patria, alla religiosità e alla devozione filiale.
In particolare l'Odissea ha un valore pedagogico notevole. In essa si vede premiata la tenacia, la saggezza, l'onestà, la fedeltà, l'amore familiare. Personaggi come Ulisse sono un modello di virtù. Nell'episodio in cui resiste alle lusinghe delle Sirene, questi rappresenta l'uomo che frena l'inclinazione al piacere.
Ai Romani l'Odissea è più gradita dell'Iliade, che celebra la sconfitta dei Troiani, considerati con Enea i loro lontani progenitori.

Nei fanciulli è considerato essenziale il senso della misura o moderazione (modestia), il contegno (pudicitia), il rifiuto di ciò che è sconveniente (pudor) e soprattutto il sentimento di soggezione verso gli dei, i propri genitori e le persone anziane (pietas). Soprattutto la pietas è importante nella sfera pubblica perché implica sin dalla più tenera età il riconoscimento del principio gerarchico.

Al fanciullo si vieta di fare il bagno caldo e mangiare sdraiato. I ragazzi, dice Varrone, devono anche dormire e mangiare poco, altrimenti si infiacchiscono e non crescono.
Un padre di famiglia romano si tiene spesso il figlio accanto. Ci riferisce Aulo Gellio che il ragazzo romano nella sua toga bordata di rosso trotterella dietro al padre e lo accompagna dappertutto: al Foro, in processione al tempio, forse anche al Senato. Impara le cose guardando suo padre: come ci si comporta insieme agli altri, come si parla, come si offrono i sacrifici agli dei.

Nel mondo romano occorre proteggere il fanciullo dalla dilagante corruzione degli adulti, che si presenta in due modi: come seduzione, che minaccia ragazzi e ragazze sin dall'infanzia e come cattivo esempio di abitudine ai piaceri.
I genitori sono tentati di mandare il fanciullo in campagna, lontano dalla perversione morale della città. Ma è già tempo che all'educazione si accompagni un'elementare istruzione. Occorre quanto meno che il ragazzino impari da un maestro a leggere, scrivere, fare di conto.
Il fanciullo, sempre accompagnato, va alla scuola primaria. Le famiglie benestanti hanno pedagoghi in casa, dai quali presto i figli apprenderanno la lingua greca, gli altri mandano i fanciulli alla scuola pubblica.

A Roma ci sono scuole elementari forse già dalla metà del V o dagli inizi del IV Secolo a.C. La scuola elementare (ludus letterarius), è frequentata da fanciulli tra gli 8 e gli 11 anni di ambo i sessi.

Da una testimonianza letteraria del III secolo, i Precetti dello Pseudo Dositeo, apprendiamo che "il fanciullo viene svegliato al mattino di buon'ora da uno schiavo, che apre la finestra, l'aiuta a vestirsi, a lavarsi viso e denti; se fa freddo indossa calzature pesanti, tunica di lana, una sciarpa intorno al collo ed un mantello con cappuccio; prima di andare a scuola va a salutare i genitori; può capitare che lungo il cammino il fanciullo si fermi dal fornaio per farsi comprare dallo schiavo che l'accompagna la merenda (ientaculum)".

L'anno scolastico inizia a fine Marzo, dopo le feste di Minerva, patrona dei maestri (Quinquatrus), feste che durano dal 19 al 23 del mese.
Durante l'anno c'e un giorno di festa ogni nove (nundinae). Ci sono poi le vacanze dei Saturnali tra il 17 ed il 23 di dicembre ed una pausa estiva, stando a questi versi di Marziale: "si riposi la sferza di cuoio e dorma fino alle idi di ottobre...aestate pueri si valent, satis discunt,(se i ragazzi d'estate stanno bene, già imparano abbastanza).

Ogni giorno le lezioni cominciano all'alba e durano sei ore con una breve interruzione all'hora sesta, mezzogiorno, quando gli scolari tornano a casa per il prandium.
L'ambiente scolastico è spesso all'aperto: le lezioni si svolgono sotto la pensilina di una bottega (pergula) o dentro di essa ( taberna) e sono sopraffatte dal rumore della strada, dalla quale le classi sono separate solo da teli di tenda. Il mobilio è sommario: una seggiola con spalliera (cathedra) o senza (sella) per il maestro, banchi o sgabelli per gli alunni, una lavagna, tavolette, qualche abbaco, pallottoliere per apprendere l'aritmetica.

Dalla scoperta di papiri provenienti dall'Egitto, uno dei quali contiene un manuale per l'insegnamento elementare, e dalle fonti letterarie veniamo a conoscere qualche dettaglio su programmi e metodi scolastici nelle elementari.
I 23 segni dell'alfabeto latino vengono imparati a memoria con declamazioni e cantilene corali altisonanti, in cui le lettere vengono pronunciate unite a tutte le combinazioni possibili. Gli alunni, a seconda del livello raggiunto, si distinguono in abecedarii, syllabarii, nominarii. I primi sono fermi all'alfabeto, i secondi alle sillabe, i terzi conoscono anche i nomi delle parole.

Marziale è esasperato dal chiasso che alle prime luci dell'alba proviene dalla scolaresca insediatasi proprio sotto casa sua e se la prende col maestro: "nondum cristati rupere silentia galli (ancora i galletti crestati non hanno rotto il silenzio) e tu gia tuoni con il tuo feroce brontolio e le tue percosse" poi chiede pietà "vicini somnum - non tota nocte - rogamus (noi vicini ti supplichiamo: lasciaci dormire, non per tutta, ma almeno per parte della notte).
La scrittura si impara contemporaneamente alla lettura.
Il maestro traccia le lettere sulle tavolette degli alunni, ne spiega il suono e guida la mano dei fanciulli incerti nel copiare, finché non sono in grado di procedere da soli. Cicerone riferisce che i fanciulli romani hanno difficoltà a pronunciare correttamente la "erre", alla quale danno spesso il suono della "elle".
Un papiro greco ci informa dell'uso invalso nel I secolo di far recitare agli alunni degli scioglilingua. Si leggono e si ricopiano testi con contenuti moralistici; nel periodo repubblicano si attinge soprattutto alla legge delle XII Tavole.

Quando il maestro non è soddisfatto della scrittura dell'alunno, scrive alla fine del testo ricopiato male, frasi di esortazione o di minaccia, come "sii diligente" o "sii diligente o fanciullo per non essere scorticato". Su una tavoletta di legno imbiancato conservata ai Musei Statali di Berlino, questa frase appare ricopiata quattro volte per punizione.
La memorizzazione è l'esercizio piu richiesto dall'insegnante. Nella scuola elementare i programmi non vengono differenziati per età. Il maestro si occupa contemporaneamente di principianti ed alunni a livelli più elevati. Divide soltanto i fanciulli in gruppi (classes) per potere svolgere piu adeguatamente le lezioni.

Quintiliano critica i programmi del ludimagister, il maestro elementare, definito ironicamente litterator, che per insegnare meccanicamente a leggere e scrivere dispone di parecchi anni (un periodo che da noi comprende elementari e medie), ma non si sforza mai di perfezionare o rinnovare metodi che risultano di una monotonia esasperante.

I fanciulli imparano l'aritmetica facendo uso di sassolini (calculi).
S.Agostino ricorda la sua noia a scuola quando era costretto a ripetere forte in coro per ore la filastrocca: unum et unum duo, duo et duo quattuor... (un per uno, uno; due per due, quattro).
Per l'aritmetica il maestro ricorre all'aiuto di uno specialista (calculator) e fa usare l'abaco, uno strumento noto anche a Cinesi e Babilonesi, costituito da una tavoletta di legno rettangolare, con i bordi rilevati, al cui interno vengono fatti scorrere dei gettoni forati ai quali e attribuito un valore.

Dalle scuole superiori si esce conoscendo a perfezione la lingua latina e greca. Degli autori latini i più letti sono Andronico ed Ennio, di quelli greci, Omero. Alle ragazze piace il commediografo Menandro e tra innamorati viene di moda parlare in greco. La lingua greca è insomma, come si direbbe oggi per l'inglese, largamente conosciuta nel mondo romano per i contatti di data antichissima con quella civiltà attraverso la Magna Graecia, per la permanenza di soldati e commercianti nelle province ellenizzate e soprattutto per la presenza di un gran numero di schiavi greci come precettori nelle più agiate famiglie romane.

A Roma, come in Grecia, da dove forse viene l'esempio, i maestri infliggono ai fanciulli pene corporali.
L'antichità apprezzava certi sistemi educativi.

Il maestro è il naturale esecutore dei castighi, anche per mancanze commesse fuori dalla scuola. Orazio ricorda il suo maestro Orbilio come plagosus (manesco).
La professione di maestro elementare in età repubblicana è agli ultimi gradini della scala sociale e viene malamente retribuita. I maestri sono quasi sempre schiavi o liberti per gran parte di origine greca.
Sintomatica la figura di Lucio Orbilio Pupillo, il maestro di Orazio, passato alla storia per la sua severità. Giovane ambizioso costretto prima di divenire maestro ad esercitare molti mestieri dopo la morte violenta dei genitori. Proviene da Benevento nel 63 a.C. Come maestro impiega metodi antiquati ed è boicottato da genitori e colleghi. Lui uomo libero, che pratica un mestiere poco gratificante, un mestiere da schiavi e da liberti, finisce con lo scaricare la sua frustrazione, malmenando gli alunni e scrivendo un'opera autobiografica di scarso successo.

Quanto alle retribuzioni si sa che un maestro elementare percepisce dalle famiglie piccoli regali e la cifra irrisoria di 8 assi per alunno.
Spesso non vengono neppure pagati, visto che l'iscrizione, piena di gratitudine, di un maestro elementare di Pompei dice: "possa colui che mi ha pagato quanto dovuto per il mio insegnamento, ottenere tutto quanto chiede agli dei".

La fine della fanciullezza è segnata da un'importante cerimonia con significato pubblico e privato: la vestizione della toga virile. Il ragazzo di circa sedici o diciassette anni viene ufficialmente dichiarato adulto. Può essere già sposato, dato che per i maschi il matrimonio è permesso a partire dai quattordici anni.
L'abbandono dell'abito dal magico cerchio di porpora ha un preciso valore simbolico: l'uomo non ha più bisogno di una protezione speciale, è idoneo a proteggersi da solo. Diventerà cittadino a tutti gli effetti, pur restando sempre sottomesso all'autorità paterna.

La cerimonia ha luogo in occasione delle feste del dio Libero, dette Liberalia, il 17 di Marzo. Dapprima il ragazzo, nel corso di un sacrificio al tempietto dei Lari, consacra agli dei domestici in presenza del padre il ciondolo portafortuna (bulla) e la toga pretexta, insegne di un'età superata. In seguito, indossata la toga di lana bruna propria degli adulti, si reca sul Campidoglio accompagnato dal padre, da tutta la famiglia, dagli amici e dai clientes del padre. Il luogo è significativo perché al tempio capitolino è lo stesso Giove, dio della collettività civile, a riceverlo.
La città è in festa, attraversata com'è da tutti i cortei familiari, che scortano i loro giovani per i quali questo è un gran giorno. Fonti letterarie riferiscono che per la strada vecchie donne vendono dolci speciali a base di miele. Hanno con sé dei piccoli fornelli portatili. Quando qualcuno compra un dolce, una parte viene offerta al dio Libero sul piccolo fuoco.

Per questi giovani in toga virile, il tempo dei giochi e dell'apprendimento educativo è finito. Possono diventare oratori, soldati, magistrati o anche sacerdoti. Ci si aspetta da loro un'impresa che li renda grandi. Il tempo delle cose serie è arrivato, non imitano più, agiscono.

Ma il passaggio dalla pueritia all'adulescentia segna anche l'inizio di un periodo pericoloso. Molti giovani scoprono i piaceri dei banchetti, delle donne galanti, delle uscite notturne. Sono vulnerabili ai piaceri ed a quello che è il nerbo dei piaceri, il denaro. I più ambiziosi partono volontari nell'esercito per partecipare alle dieci campagne militari necessarie per potere intraprendere la carriera politica. Ma se restano a Roma e se il padre non li mantiene possono ottenere da altri uomini ciò che serve loro per vivere nel lusso dell'Urbe.

Di questo delicato momento si occupa Plutarco quando ammonisce: "ci sono giovani che nell'atto stesso di deporre la toga puerile, depongono anche ogni senso di pudore e di rispetto e, sciolto l'abito che li teneva composti, si riempiono subito di sregolatezza...tu devi pensare che il passaggio dalla fanciullezza all'età adulta non significa non avere più un'autorità a cui sottostare, ma semplicemente cambiarla, perché al posto di una persona stipendiata o di uno schiavo assumi a guida divina dell'esistenza la tua stessa ragione".

Bibliografia:
A. Maria Reggiani, Educazione e scuola, Ed. Quasar, Roma, 1990
E.Becchi e D.Julia, Storia dell'infanzia, Ed. Laterza, 1996
R.Frasca, Educazione e formazione a Roma, Ed. Dedalo, 1996

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Storia >> FANCIULLI DI ROMA ANTICA << di Domenico Augenti  {piede}

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