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Storia >>PROFILI DELLA DONNA ROMANA di Domenico Augenti  La donna romana

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'etimologia della parola "donna" ci avvicina ad una domus (casa) oppure ad una domina (padrona). Una donna-domus ed una donna-domina: sono questi i due tratti prevalenti del profilo della donna romana.

Dai tempi più remoti la donna romana comincia a combattere la sua prima battaglia nel giorno stesso in cui viene al mondo. Da alcune iscrizioni dell'epoca traianea veniamo a sapere che in una stessa città le persone ammesse all'assistenza alimentare sono 179, di cui solo 34 femmine. Come mai così poche femmine?

Nel suo dies natalis, il giorno della nascita, il neonato viene sottoposto al rito del riconoscimento. E' deposto a terra ai piedi del paterfamilias che con un gesto manifesta la sua volontà: se fa l'atto di sollevarlo è riconosciuto, altrimenti viene esposto nella pubblica via dove può morire di fame e di freddo.

Lo storico Dionigi di Alicarnasso cita una legge attribuita a Romolo, secondo cui il padre deve riconoscere "almeno" la figlia primogenita. Ciò ad evitare l'eccessivo abbandono di neonate di sesso femminile. Il più delle volte restano dunque a terra femmine e figli illegittimi. Quest'uso, praticato da ricchi e poveri, durerà più di mille anni.

Salvata dalla volontà del padre o da una mano pietosa, se non interessata (il neonato esposto non può essere adottato, ma un mercante di schiavi può venderlo), la donna romana inizia la sua non facile esistenza.Il trattamento sociale e familiare mostra la sua netta discriminazione dai nati maschi.Nella Roma repubblicana ad esempio vengono censite solo le donne che, in quanto ereditiere, hanno l'obbligo di contribuire a mantenere l'esercito.

Trascorsi i primordia, i primi otto giorni di vita ( nove per i maschi), ha luogo un rito di purificazione. Nel giorno del dies lustricus, così chiamato perchè l'infante viene purificato con acqua (lustratio) si invocano i Fata, da cui il nostro termine fate, le divinità che devono presiedere al suo destino. Parenti ed amici di famiglia portano doni ed i genitori assegnano il nome. Al maschio sono assegnati tre nomi, uno solo alla femmina. Così Marco Tullio Cicerone chiamerà col solo nome della sua gens, la sua diletta figliola Tullia.

Sempre in quel giorno al collo del maschio è appesa una bulla, pendaglio d'oro che contiene all'interno una formula contro il malocchio. Lui lo porterà fino all'adolescenza, quando, intorno ai diciassette anni, indossata la toga virile, lo deporrà sull'altare delle divinità di famiglia. Non si esclude che anche le femmine abbiano avuto questo dono, ma nelle immagini pervenute e nei corredi funebri femminili non se ne rinviene traccia.

Nelle sepolture di donne non maritate si trovano invece pupae, bambole, un oggetto forse di uguale valore scaramantico della bulla, che la donna depone sull'altare della sua casa di origine quando va sposa.
La fanciulla (puella è diminutivo di puera, ragazza, ma vedremo che più tardi per la donna romana ci sarà bisogno di un accrescitivo e mater diventerà matrona) si aggira nella sua domus .
La scuola la rimanda a casa prima dei suoi coetanei maschi. Durante la sua fanciullezza essa è completamente assoggettata al temibile dominio del paterfamilias.

Gioca con i dadi, il cerchio, le noci. I medici suggeriscono molto esercizio fisico. Sorano per esempio consiglia il gioco della palla, la danza ed il canto per ritardare l'età puberale. Studi recenti dimostreranno che aveva ragione: la pratica regolare dello sport ritarda la pubertà di circa tre anni. Per quelle che non fanno esercizio fisico, precocemente puberi, si suggerisce un sollecito matrimonio.


Al matrimonio la donna pensa come a qualcosa che in ogni caso cambierà la sua vita, anche se nel periodo più antico si tratta semplicemente di passare dal dominio del padre alla potestà del marito. E' quel sentirsi chiamare materfamilias che l'attrae. Uomini di ogni età in cerca di affetti, spesso privati presto della madre (la durata media della vita femminile è di 20-30 anni) sono pronti a trattare il formale acquisto della donna con il padre di lei, a contrarre insomma il primitivo matrimonio.
A Roma un fidanzamento (sponsalia) è una cerimonia abbastanza frequente. Il fidanzato consegna alla donna un pegno per garantire l'adempimento della sua promessa di matrimonio, un anello che la donna infila all'anulare della mano sinistra.
Sembra che tra il dono e quel dito esista una certa relazione. Aulo Gellio afferma che anatomicamente questo è l'unico dito a presentare un sottilissimo nervo che lo collega direttamente con il cuore.
Un decreto di Augusto assegna un termine agli eterni fidanzamenti e stabilisce severe sanzioni per quei furbi, i quali con continue rotture di fidanzamento eludono le leggi fiscali a carico degli scapoli, emanate per fronteggiare il preoccupante fenomeno della diminuzione delle nascite. Sarà forse un effetto delle leggi augustee, ma sta di fatto che prima del Cristianesimo sono rarissime le testimonianze di donne rimaste nubili.
Una donna romana può essere ceduta dal padre al marito già a 12 anni, laddove i greci non mandano spose le loro fanciulle se non tra i 16 ed i 18 anni. In ogni caso troviamo iscrizioni funerarie che citano fanciulle sposate a 10 ed 11 anni. E' chiaro che il matrimonio tra i Romani è pienamente valido anche se non consumato.
Indossando una lunga e dritta tunica bianca, il capo acconciato con l'elaborata pettinatura dei sex crines, le sei trecce, ed il volto completamente coperto dal flammeum, un velo fiammeggiante, tenuta per mano da due bimbi, mentre un terzo (sono tutti patrimi et matrimi, figli cioè di genitori viventi) la precede agitando una torcia di biancospino, simbolo di fecondità, accesa al suo focolare domestico, la donna romana si presenta allo sposo ed ai numerosi testimoni di nozze, accompagnata dalla pronuba (una donna che deve essere univira, sposata cioè una sola volta), che la dirigerà per tutto il rito matrimoniale, completamente privo della presenza di sacerdoti o rappresentanti della pubblica autorità.
Nella formula più arcaica l'uomo chiede alla donna "se vuole essere la sua materfamilias". il che significa "moglie". E' interessante notare che l'avvenimento che fa accedere una donna al rango di materfamilias non è il parto, ma appunto il matrimonio
In tutt'altro senso la donna indirizza al futuro sposo la domanda " e tu vuoi essere il mio paterfamilias?" Con ciò desidera che l'uomo diventi per lei, anche giuridicamente, un nuovo padre, alla cui potestà ella con i suoi figli vuole sottomettersi loco filiae, come una figlia. Ma può accadere che il marito sia ancora un filiusfamilias, perchè la patria potestà paterna non cessa, come da noi alla maggiore età, ma dura finchè il padre è in vita. In questo caso la donna che entra nella famiglia del marito è sottoposta alla potestà del suocero.
In ogni caso il paterfamilias, marito o suocero, ha su di lei un potere, manus, che per un'antica legge dei tempi di Romolo comporta almeno in due casi un diritto di vita o di morte: quando la moglie è sorpresa in flagrante adulterio e quando si scopre che ha bevuto vino.
Nel rito matrimoniale più arcaico, chiamato confarreatio, perchè gli sposi consumano insieme una focaccia di farro, simbolo della futura vita comune, l'unione dei due è formalmente sigillata dopo che il marito avrà stretto la mano destra della donna nella sua (dexterarum iunctio), come si fa ancora oggi nel rito cristiano. Dopo il banchetto il corteo nuziale con canti, balli e frasi oscene inneggianti alla procreazione, accompagna la donna fino all'ingresso della casa del marito, il quale attende presso la soglia. Qui il rito prevede che lo sposo chieda alla donna il suo nome. Lei risponde con la celebre frase: Ubi tu Caius ego Caia (se tu ti chiami Caio, io sarò Caia) a significare il passaggio della moglie nella famiglia del marito. A questo punto il marito la solleva per farla entrare in casa. Questo gesto serve a mettersi al riparo dal pessimo presagio di una eventuale caduta della sposa proprio sulla porta di entrata della nuova dimora. Ma per alcuni l'interpretazione è diversa: ad attraversare quella soglia saranno gli altri, ma non la matrona, una donna che da quel momento è la personificazione stessa della domus, si identifica con la sua casa.


La pronuba quello stesso giorno, prima di farla sedere sul letto nuziale per scioglierle simbolicamente il cingulus, il nodo che chiude la cinta della tunica, le farà prendere contatto con le divinità di casa, assieme alle quali essa con il calore della sua presenza dovrà profondere all'interno delle mura domestiche benefici influssi protettivi
In famiglia sta vicino al marito in ogni occasione, pur essendone subordinata. Ad esempio è a cena nei banchetti e nei ricevimenti, cosa che per una donna greca sarebbe uno scandalo. In ogni caso Valerio Massimo ci dice che feminae, cum viris cubantibus, sedentes cenitabant, le donne cenavano stando sedute, mentre gli uomini erano sdraiati.
In casa si dedica ad acu pingere, al ricamo. Una famosa epigrafe funebre elogia le virtù domestiche di una defunta: casta fuit, domum servavit, lanam fecit (fu casta, governò la casa, lavorò la lana). Dal tempo arcaico alla fine della repubblica, per oltre sei secoli prevalgono nella donna romana virtù domestiche come moderazione, austerità e riserbo.
Non ci sono dubbi ci troviamo davanti al tipo di una donna-domus.Ma non si tratta di una donna perdente. C'è poco da prospettare competizioni tra maschi e femmine. Sono epoche in cui la protezione-dominio da parte del marito-padre non deve sembrare eccessiva. I tempi sono malsicuri. Feroci nemici sono spesso alle porte. Fuori della domus ci sono innumerevoli pericoli, c'è violenza, miseria, carestia, pestilenze.
Nel migliore dei casi la donna può restare facilmente vittima di pressioni morali, frodi e raggiri ad opera di uomini avidi, spregiudicati, senza scrupoli.
Di qui anche una serie di limitazioni alla sua capacità giuridica, spiegate dai giuristi imperiali con pretese qualità negative della donna romana come i soliti luoghi comuni dell' ignorantia iuris, ignoranza della legge, imbecillitas mentis, inferiorità naturale, infirmitas sexus, debolezza sessuale, ma che vanno sempre letti con motivazioni di tutela, collegate a reali cause di inaffidabile sicurezza ambientale.
Così la donna romana non può adottare (cosa consentita anche a chi è incapace di generare come impotenti ed eunuchi), non può rappresentare interessi altrui, nè in giudizio, nè in contrattazioni private, non può garantire per debiti di terzi, nè fare operazioni bancarie, non può essere tutrice dei suoi figli minori. Nel periodo arcaico neppure fare testamento o testimoniare. Soprattutto le viene preclusa la facoltà di intervenire nella sfera giuridica di terzi perchè non ha mai ufficialmente gestito alcun tipo di potere su altri.
Nelle iscrizioni romane dell'Urbe troviamo quattro donne mediche, una segretaria, una stenografa e poi sarte, pettinatrici, levatrici, balie, pescivendole, erbivendole. Nella città di Ostia troviamo anche nutrici, tessitrici, lavandaie, massaggiatrici.
Ci sono poi, tutte legate più o meno al mondo della prostituzione: attrici, albergatrici, cameriere, danzatrici, proprietarie di taverne.
Arriva un altro momento decisivo per la donna romana.Il parto rappresenta un rischio mortale per tutte le classi sociali. Muore di parto o per le sue conseguenze il 5-10% delle partorienti. Le invocazioni alle dee Prorsa e Antvorta, così chiamate dalle posizioni, di testa o di piedi che può assumere il bambino alla nascita, non bastano. Levatrici e medici non hanno mai la certezza di poter risolvere il parto positivamente.
Si sa che l'ampiezza del bacino di donne, spesso giunte ancora impuberi alle nozze, influisce sull'esito del parto. Nelle famiglie agiate, su consiglio del medico Sorano, la nutrice o la madre fasciano spalle e petto alle spose-bambine e lasciano libere le anche per ottenere un bacino più ampio. Per le conseguenze negative del parto Cicerone vede morire sua figlia Tullia e cade in uno stato di profonda depressione.
La donna romana, specialmente quella di classe sociale più elevata, comincia a rifiutare la prole. Augusto alla fine del primo secolo, constatata una forte contrazione nelle nascite, incentiva nozze e natalità e promette alle donne maritate la liberazione da ogni tipo di tutela alla morte del padre, purchè siano portate a termine almeno tre gravidanze. Al contrario la donna che tra i 18 ed i 50 anni risultasse ancora nubile non potrà ricevere eredità.
Da qualche tempo qualcosa è cambiato nella famiglia romana. La decimazione bellica degli uomini ha squilibrato il rapporto numerico tra i due sessi. Ora l'iniziativa per la celebrazione delle nozze non viene assunta dal futuro marito, ma più di frequente dal padre della donna. E' questi in definitiva che acquista alla figlia un marito, offrendogli una congrua dote da amministrare. La nuova usanza attecchisce bene, ma stravolge completamente l'antico ordine familiare basato sull'indiscussa potestas maritale.
Anche dopo sposata la donna continua ad appartenere alla famiglia paterna, resta cioè sotto la potestas di suo padre. Alla base di questo nuovo tipo di matrimonio (detto sine manu, senza potere maritale) ci sono solo due condizioni: la materiale convivenza degli sposi e l'affectio maritalis, il reciproco consenso a considerarsi marito e moglie.Se viene a mancare uno soltanto di questi due elementi il matrimonio si scioglie.
Il ripudio, che sotto il tardo impero cristiano verrà ammesso solo nei casi di adulterio, omicidio, maleficio e avvelenamento del coniuge, in tutta l'epoca classica è invece possibile in ogni momento. Basta recapitare al coniuge un biglietto con su scritto tuas res tibi habeto, (riprenditi quello che è tuo) ed è tutto finito.
Le seconde nozze comunque non incontrano il favore dell'opinione pubblica e sulle epigrafi sepolcrali si legge per lungo tempo il titolo di onore di univira, donna che ha avuto un solo marito, ad evidenziare una vera virtù femminile.
Insomma la situazione della moglie romana agli inizi dell'impero è profondamente mutata. Lontani ormai i pericoli di guerre, oltre i solidissimi confini dell'impero, fortemente organizzata la sicurezza, la stabilità e l'ordine interno di una societas civile sotto il regime del diritto romano, l'espressione più elevata della civiltà dei nostri avi, il ruolo protettivo del marito romano comincia ad apparire alla stessa moglie largamente superfluo, inutile, persino soffocante.
Nel più sicuro ed opulento ambiente sociale, di protettivo è restato solo il materno ed insostituibile ruolo femminile. La materfamilias se ne accorge, ne prende ogni giorno più coscienza, la sua posizione si rafforza. In casa e fuori la gente la chiama ormai matrona. Ha preso ormai corpo il tipo della donna-domina.
Per governare la domus basta dare poche direttive alla servitù. Quanto ai figli la matrona ricca ne affida l'educazione al pedagògo di casa, la povera li manda alla scuola pubblica, dove vengono formati da magistri sottopagati. Quando non vuole starsene rincattucciata nell'ombra della casa, profondamente immersa nel dolce far niente, lontana dal clamore del foro e dei mestieri rumorosi della città, la matrona decide di uscirsene.
Le schiave la truccano e la pettinano a dovere.Vuole essere bionda ed usa posticci di chiome di barbari nordici. Si adorna con gioielli e mette oro dappertutto. Le leggi che tentavano di frenare il lusso, prodotto di inetti moralisti, sono ormai anticaglie senza più valore.Indossa l'abito che si addice ad una matrona: moglie legittima, vedova o divorziata che sia, l'abito deve lasciare scoperto solo il viso. Dice Orazio che la cortigiana mette in mostra la sua merce, ma della donna rispettabile non si vede che il volto.
Fin dall'epoca repubblicana la donna evita in tutti i modi di attirare l'attenzione: la fanciulla può uscire a capo scoperto, ma gli uomini possono divorziare da una donna sposata che non copre il capo con un velo o con un lembo del mantello.
Coprire il capo è un avvertimento: questa è una donna rispettabile alla quale non bisogna avvicinarsi a rischio di gravi sanzioni.Chi non copre il capo ed esce come una serva non è più protetta dalla legge romana contro eventuali aggressori che beneficiano di circostanze attenuanti.
Quando i cristiani vorranno coprire il capo a tutte le donne della loro religione, non sarà più possibile distinguere: avranno tutte l'aspetto di donne intoccabili.
Quando esce nella bella stagione la matrona tiene in una mano la borsetta e nell'altra il flabellum, ventaglio di piume di pavone, che serve anche a scacciare le mosche.La pedisequa, cameriera accompagnatrice, le regge l'umbella, ombrellino da sole, di solito di un bel verde allegro, da lasciare a casa se c'è vento perchè, a differenza dei nostri, non si può chiudere.
Dove va una matrona? I mariti romani, a differenza dei greci, le accordano fiducia: le donne romane si scambiano visite, vanno a fare spese nei negozi, la sera accompagnano i mariti ai banchetti, rincasano tardi, anche dopo il marito.
Nelle immagini pervenute e nelle fonti letterarie non si vede invece mai una donna tra quelli che a prima mattina devono correre a porgere l'obsequium, il deferente saluto ai potenti, nè tra la povera gente che, tessera annonaria alla mano, si presenta nei luoghi di distribuzione gratuita di generi alimentari.
Roba da uomini, i quali fanno anche la spesa, come ancora oggi nei paesi dell'Islam.
Si vedono donne alla fullonica, tintoria, che si fanno restituire la biancheria, dal calzolaio, dal sarto.A volte sole, a volte con il marito o con un'amica.Vanno alle terme, dove prendono il bagno in piena promiscuità con gli uomini, finchè nel secondo secolo, dopo quasi un millennio, l'imperatore Adriano interviene a frenare comportamenti eccessivamente disinvolti e separa ambienti ed orari di donne e uomini..
Partorire per la donna romana è pericoloso, ma bisogna tentare queste tre gravidanze, altrimenti, in forza delle leggi augustee, ogni lascito ereditario finisce in mano ai parenti paterni o allo Stato e si resta per tutta la vita sotto l'amministrazione di un tutore.
Contro la sterilità le donne ingeriscono rimedi pericolosi per la salute e supplicano gli dei nei santuari.
Al contrario limitare le nascite, specie nelle classi più elevate, diventa il principale obiettivo della matrona che è riuscita a portare a termine le tre gravidanze e di quella atterrita dai rischi mortali del parto..
La matrona fa uso di pozioni contraccettive ed abortive, che impiegano ingredienti rischiosi come la ruta, l'ellèboro,l'artemisia. Se vuole agire in segreto deve fare attenzione perchè, sin dall'epoca delle XII Tavole, la decisione sull'aborto spetta al futuro padre che la può ripudiare per avergli sottratto il partum.
I medici si rifiutano di assistere aborti, che possono nascondere un adulterio, di cui essi diverrebbero complici, subendo le stesse pene previste per gli amanti.
Può accadere che la donna muoia per effetto della pratica abortiva.Se ciò avviene per un intervento chirurgico fallito, contro il medico c'è l'accusa di omicidio, se è per una pozione l'accusa è di avvelenamento.
Interessante notare come in ogni caso l'aborto non è punito per sè, ma solo se procura la morte della donna.
Le classi superiori provvedono a limitare le nascite con la continenza.La matrona che vive nella continenza viene ammirata ed approvata. Ma i mariti?
Nella società femminile romana esiste una netta distinzione tra donne ignobili e donne rispettabili come le matrone. Si tratta di un criterio a carattere fondamentalmente sessuale.Tra le prime sono coloro che appartengono al mondo del teatro, del circo, della prostituzione.Queste donne appartengono ad uno status sociale inferiore, riconoscibile ad esempio nel divieto di portare la stola, quel manto che è considerato proprio della rispettabile matrona.
Questa donna di rango inferiore, come pure quella ufficialmente dichiarata adultera, viene privata a scopo punitivo del diritto di contrarre un legittimo matrimonio e della facoltà di trasmettere pieni diritti civili.
Questo tipo di donna, se non ha solo occasionali rapporti con il marito della matrona (un romano libero non è mai colpevole di adulterio), può ufficialmente convivere in famiglia come concubina.
Il concubinato, importato con molte modifiche da Atene, diviene un istituto tipicamente romano. E' sulle concubine che vengono ora fatti gravare i rischi di parto, evitati alle spose ufficiali, protette dal sistema sociale.La matrona non ha difficoltà ad accettare le relazioni del marito con schiave o donne non rispettabili. La moglie di Augusto, secondo quanto riferisce Svetonio, le fornisce personalmente al marito.
Quando le orde dei barbari, sfondati i confini, dilagheranno in tutto il mondo romano occidentale, presso le rovine fumanti dell'impero quel tipo di donna romana sarà scomparso.
Al suo posto incontreremo la pia donna cristiana, una donna che forse somiglierà più alla donna-domus dei tempi arcaici, ma che della donna-domina di epoca imperiale conserva intatta la stessa antica fierezza in attesa di tempi migliori.

Prosegui l'itinerario nel mondo della donna romana:Profilo di Fortunata

di Domenico Augenti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 


Profili della donna romana
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