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La casa degli antichi romani
 

 

Per secoli la vita del cittadino romano è fatta di due realtà: l'esercito e la casa.
Da un lato il cameratismo dei soldati e i pericoli della ricerca della gloria, il pane duro, le notti sotto la tenda, il freddo, il caldo, la stanchezza, i viaggi in capo al mondo, l'oro del bottino; dall'altro, la pace del focolare domestico, l'amore dei figli, le buone cene sdraiato su un comodo letto, il tetto dei suoi avi, un paesaggio a lui familiare, la presenza rassicurante degli amici, dei clienti, degli schiavi che lo servono a casa sua.

Come Roma possiede un focolare pubblico, situato nel tempio circolare di Vesta vicino al foro, la cui fiamma perpetua viene alimentata dalle Vestali, così il cittadino romano ha un focolare privato e delle donne per vegliarvi: la moglie, le figlie.

La casa romana è costruita partendo da questo focolare che lega il padre di famiglia, che la abita, alla terra ed agli antenati mediante i culti domestici celebrati nella casa. La casa romana è un luogo religioso. Sono venerati tre tipi di divinità, alle quali si offre il fuoco, il vino puro, l'incenso: Lari, Genio e Penati.

I Lari sono gli dèi presenti nello spazio di cui si appropria un uomo per coltivarlo e civilizzarlo: Lari dei giardini, delle strade, posti agli incroci (Lares compitales), Lari della casa.

Il Genio è il dio della famiglia, dei parenti ascendenti e discendenti in linea maschile del padre di famiglia. Il cittadino ha ricevuto dal padre, che lo ha ricevuto dal nonno, un sangue che dovrà trasmettere ai figli, ai figli dei figli e così via. Questa linea, protetta dal Genio familiare, è nel nome della gens.

I Penati sono gli dei della riserva alimentare, fanno della casa una dispensa, il luogo in cui si mantengono conservati, anno dopo anno, i prodotti della terra, il grano, le fave, il vino.

Queste divinità casalinghe sono legate fra loro dal fuoco domestico in cui vengono presentate le offerte. Il fuoco non deve mai spegnersi. Ogni sera viene ricoperto e la mattina ravvivato. E' soltanto quando il paterfamilias lascia definitivamente la casa che il fuoco viene ritualmente spento con il vino.

I Romani del periodo più arcaico abitano la primitiva casa dell'età del ferro. Nel 1902 nel Foro romano viene scoperto un antico sepolcreto. Nella terra vengono trovate urne in terracotta per le ceneri a forma di capanna. Si ritiene subito che riproducano in miniatura le abitazioni del tempo, un millennio prima di Cristo. Nel 1948 sul Palatino vengono alla luce i resti di tre capanne.

I sei fori perimetrali del pavimento, destinati a ricevere altrettanti pali di sostegno delle pareti di strame e di fango e del tetto, confermano la fedeltà della riproduzione di capanne di quei corredi funebri.

Chi sollevava il capo all'interno di una di quelle capanne poteva vedere una piccola apertura lassù sul culmine del tetto, nel punto dove si incrociano le strutture lignee. In quell' affollato raccordarsi finale di pali c'è una fessura dalla quale filtra la luce nell'interno. Al cielo che si scorge oltre quell'apertura si innalza e si dirige il fumo del focolare acceso per i sacrifici agli dei e per il pasto quotidiano. Quell'apertura nel tetto influirà sicuramente nell'evoluzione architettonica della casa romana: si pensi a quello che per molti secoli sarà il principale ambiente della domus, l’atrio, che dall’alto riceverà luce ed aria.

Archeologi ed antropologi non possiedono gli anelli evolutivi intermedi fra le capanne dell’età del ferro e le più antiche case in muratura giunte fino a noi.

E’ stato ipotizzato che il passaggio dalla capanna rotonda alla casa quadrangolare in muratura si debba alla trasformazione delle primitive culture tribali, da nomadi in agricoltori sedentari.

Fonti letterarie (Varrone) e testimonianze archeologiche (Pompei) ci dicono che la casa ad atrio si era diffusa nelle città italiche fin dal IV Secolo a.C.

Agli inizi troviamo solo un grande ambiente scoperto, atrium, con le stanze che lo attorniano e nella maggior parte dei casi con un hortus, giardinetto, nella parte posteriore. Nella sua concezione originale l'atrio è il luogo in cui si accende il fuoco, intorno al quale la famiglia lavora, mangia e dorme. In un secondo momento lungo tutto il perimetro dell'atrio vengono aperte delle stanze adibite ad usi specifici: cubicula, camere da letto, alae, piccoli locali in cui conservare le immagini degli antenati, tablinum, un locale a ridosso dell'atrio, destinato al padrone di casa.

 
 


Gli ambienti superstiti delle antiche domus presentano stanze quasi tutte di ridotte dimensioni, spesso senza finestre. Alcuni vani poi sono decisamente angusti e probabilmente soddisfano la necessità di avere dispense e ripostigli che sopperiscano alla scarsità di mobilio, specialmente di grossi armadi e credenze. La ridotta dimensione e la carente illuminazione denunciano inoltre due tipiche situazioni del mondo romano.

La prima è di ordine pratico. Si ha difficoltà a riscaldare la casa in inverno e non si conoscono infissi funzionali. Troviamo infatti che anche nelle case più ricche il riscaldamento ad aria calda sotto il pavimento è sistemato soltanto nella zona di rappresentanza ed ai bagni. Quanto alla luce naturale, alle finestre, quando non vengono messi teli o pelli agitate dal vento e battute dalla pioggia, non ci sono che sportelloni di pietra o di legno (valvae), raramente lastre di ardesia, alabastro o vetro. Insomma se le imposte sono chiuse si resta al buio, se sono aperte si trema di freddo.

In secondo luogo si deve considerare che il Romano antico vive poco in casa: la mattina ha impegni politici, economici, privati nel Foro. Il pomeriggio è alle terme o va agli spettacoli. La casa serve a prendere il pasto principale, la cena e soprattutto per il riposo notturno: le camere non hanno dunque gran bisogno di spazio e di finestre. Chi vive di più in casa è la donna, ma sappiamo che la matrona romana è una donna che gode di una gran libertà e spesso è anche lei fuori di casa: per la strada, nei negozi, alle terme, agli spettacoli.

Tuttavia con il tempo questo tipo di casa si evolve. I Romani, arricchiti dalle guerre di conquista in oriente,vogliono ostentare il benessere raggiunto e dotare le proprie abitazioni di ogni comodità.

La casa si allunga verso il suo interno e dal primitivo giardinetto, hortus, si sviluppa il perystilium, uno spazio erboso cinto di porticati a colonne, sul quale si aprono da ogni lato ambienti di varia grandezza: i più grandi ed i più belli sono nel lato più lontano dall'atrio.

Che sta subentrando il raffinato influsso ellenistico lo si nota dalla denominazione degli ambienti. Per quelli originari, della parte anteriore della casa si usano termini italici (atrium, fauces, alae, tablinum), per quelli successivi, della parte posteriore i vocaboli sono di origine greca (peristylium, triclinium, exhedra).

Nei suoi ultimi sviluppi la domus ha ormai caratteristiche decisamente signorili. E' una casa comoda, bellissima, raccolta su circa otto-novecento metri quadrati, ma se la possono permettere solo i ricchi cittadini di Roma o gli abitanti dell'opulenta cittadina di Pompei.

La tumultuosa crescita demografica, dovuta all'intensificarsi delle conquiste e l'eccessivo agglomerarsi della popolazione nelle città comportano infatti necessità edilizie tali, da contrapporre questo elegante tipo di casa romana ai grandi isolati di case d'affitto (insulae), coi quali nei grandi centri urbani si cerca di risolvere l'angoscioso problema delle abitazioni: alveari umani molto simili, come aspetto e distribuzione degli ambienti, ai palazzoni popolari moderni.

Anche di questo passaggio domus-insula si sa poco.
Alcuni sostengono che l’evoluzione in senso verticale della domus tradizionale per soddisfare i bisogni abitativi delle classi popolari medio-basse si sia determinata sin dai tempi più antichi, sicuramente prima dell’impero. Secondo altri le insulae nascono come sopraelevazione delle tabernae tabulatae, i negozi dotati di un soppalco di tavole per l’abitazione del commerciante.

E' certo in ogni caso che già dal II sec. a.C. doveva esistere, anche a Pompei e Preneste, un tipo di casa popolare senza traccia di atrio, ma con una fila di negozi indipendenti sulla strada e con scale esterne per i piani superiori.
Le facciate di queste costruzioni sarebbero state le dirette antenate delle insulae imperiali.

I due tipi di abitazione, domus ed insula, convivono dunque dagli ultimi secoli della Repubblica, ma il numero delle insulae avrà un deciso sopravvento, finchè agli inizi del IV°secolo si contano 1800 domus contro oltre 46.000 insulae.

Le differenze tra i due tipi di case balzano evidenti se si confrontano le domus di Pompei con le insulae di Ostia (a Roma le insulae sono quasi totalmente scomparse. Infatti, oltre a quella sotto la chiesa dei Santi Pietro e Paolo al Celio, ne resta solo una, visibile ai piedi del Campidoglio).
La domus pompeiana è tutta orientata verso il suo interno: l'aria e la luce vi irrompono dalle due aree centrali: l'atrio ed il peristilio; questa casa manca di un prospetto esterno. Le finestre sono rare. A volte si aprono in modo irregolare e sulla facciata non presentano cornice.

Nella foto

INSULA ROMANA (PARTICOLARE)
da A. Pascolini, Usanze e Tecniche nell'edilizia degli antichi Romani,
Armando Editore - Roma, 1985, pag.28

Tutta la domus poi è di regola al piano terra. Il primo piano, quando c'è, si presenta come parziale sopraelevazione di qualche ambiente del pianterreno. Ogni vano della domus è preordinato ad un singolo uso esclusivo: il cubiculum è una camera da letto, il triclinium da pranzo, il tablinum da riunioni, ecc. L’insula è notevolmente più elevata della domus. Può raggiungere i tre o quattro piani (circa 18 metri). Quella dell'Aracoeli a Roma aveva forse sei piani. E’ un grande caseggiato intensivo a più appartamenti. E’ costruito interamente in muratura con cortina in laterizio non intonacata.

A pianoterra, oltre alle botteghe con retrobottega e soppalco per l’abitazione del commerciante, presenta appartamenti più comodi e signorili, anche dotati di impianti idrici, aperti su un cortile interno, spesso abitati dal proprietario del caseggiato.

Gli appartamenti superiori hanno volte in muratura fino al secondo piano, poi solai in travature lignee e soffitti a incannucciate.
Sopra le finestrelle che danno luce alle pergulae del mezzanino delle tabernae, presenta numerose finestre e balconi in legno e muratura.
Aria e luce entrano ora solo dalla facciata ed al più da un misero cortiletto interno. La copertura del tetto è a coppi e tegole.
Costruita in economia, in modo da poter utilizzare lo spazio interno il più possibile ad uso di stanze da affitto, non destina gli ambienti ad un uso esclusivo e gli abitanti li utilizzano promiscuamente, secondo i bisogni della famiglia.

Data la totale mancanza dell’acqua e dei servizi igienici negli appartamenti, l’insula di grandi dimensioni viene a volte dotata al piano terra di servizi comuni: la fontana, il bagno, il gabinetto (forica) e tra le taberne la lavanderia (fullonica). Altrimenti bisogna fruire di fontane e latrine di quartiere.

Le fonti letterarie parlano di scale interminabili sino a piani altissimi, di igiene precaria, di pericolo di crolli ed incendi, di finestre così vicine da potersi dare la mano coi vicini, di insostenibile rumorosità. Quanto alle delizie dell'antico giardino della domus, la povera gente dell'insula, invidiando il peristilio dei signori, rallegra, dice Marziale, la malinconia col coltivare qualche fiore sul davanzale della finestra.

Le insulae, che sorgono mediamente su una superficie di 200/300 metri quadrati, appartengono di regola ad un solo proprietario, poiché, stando alle disposizioni neroniane ricordate da Tacito, ogni edificio deve avere muri perimetrali propri e non in comune con i fabbricati attigui.
Il proprietario, se non lo ha adibito a taberne, abita a volte al pianterreno, in un appartamento chiamato nostalgicamente "domus", ornato di mosaici e dotato di acqua corrente, quando si è ottenuta la concessione dell'allaccio alla rete.
Gli appartamenti dei piani superiori si chiamano "cenacula".
Ce ne sono cinque o sei per insula. In ogni appartamento vivono mediamente 5/6 persone. Nei soppalchi delle taberne (pergulae) abitano i commercianti. Più in alto si sale più aumenta la calca degli inquilini per via dei subaffitti a catena. Agli ultimi piani dell'insula troviamo sempre gli inquilini più poveri.

Per evitarsi le noie di una gestione diretta il proprietario affitta l'intero stabile per cinque anni ad un vero e proprio industriale-amministratore dei cenacula. Questi corrisponde al proprietario un canone pari a quello della domus del pianterreno e cura la manutenzione dell'edificio, acquisisce e colloca gli inquilini, mantiene la pace, infine riscuote le rate trimestrali dei suoi subaffitti annuali. Il rincaro dei canoni di affitto è un tema costante di lagnanze nella letteratura romana.

Per completare l'argomento va accennato alla villa rustica ed alla villa urbana, due edifici che i Romani, non tutti per la verità, hanno nei loro possessi di campagna.
La villa rustica è costruita per tener conto delle esigenze pratiche di un'azienda agricola e di regola destinata ai servi che, sotto la vigilanza del fattore, vìlicus, devono attendere ai lavori agricoli. Ci sono comunque ambienti destinati ad ospitare degnamente la visita del padrone.
Un esempio di villa rustica, famosa, oltre che per l'importanza archeologica, per il tesoro rinvenuto: il prezioso vasellame d'argento che oggi si trova al Museo del Louvre di Parigi è la villa di Boscoreale vicino Pompei.

La villa urbana, che offre le comodità della vita cittadina, è invece quella parte dell’edificio, destinata ai padroni quando vengono a dimorare in campagna.
Non sempre in ogni possesso c'è la villa urbana: se il proprietario non ha grandi mezzi si accomoda in un appartamento padronale ricavato appunto nella villa rustica. Meravigliose ville urbane avevano Cicerone e Plinio il Giovane. Orazio invece in Sabina viveva nell'edificio del fattore e dei servi.
Una villa è sempre circondata da terreno adibito in parte ad orti, in parte a parco con boschetti di piante di lusso e giardini con siepi di mortella tagliate geometricamente, aiuole, piccoli sentieri, statue, sedili, giochi d'acqua.
Il parco è percorso da larghi viali chiamati gestationes, perchè vi si può essere portati in lettiga.
Il parco di una villa romana è stato materialmente ricostruito nella reggia borbonica di Caserta, ad imitazione di quelli che proprio in quell’epoca si andavano scoprendo a Pompei.

Per concludere un cenno all'arredamento.
Ai Romani le nostre case sembrerebbero magazzini ingombri di mobili.
L'arredamento della casa romana è essenziale e ridotto al minimo perché, fatta eccezione dell'atrio e del tablinum, che accolgono la famiglia riunita, oppure dei triclini e dell'esèdra, che si aprono agli ospiti nei giorni di ricevimento, gli ambienti sono generalmente molto ristretti. Il mobilio è ridotto a qualche cassapanca e ad armadi. Per conservare indumenti e oggetti ci si serve soprattutto di nicchie nei muri, piccoli ripostigli e anche di stanze adibite all'uso. Spesso anche letti, tavole e poltrone sono costruiti in muratura.

Grande importanza nell’arredo hanno tappeti e tendaggi, ma sono soprattutto le pitture parietali ad arricchire le stanze e spesso con i loro giochi prospettici illusionistici a dilatare lo spazio angusto.Alle pitture si aggiungono i mosaici di pavimenti, pareti e soffitti e nelle domus più suntuose anche intarsi marmorei parietali e pavimentali.

Certo le case dei poveri che abitano nei grandi caseggiati di affitto non sono così arredate. Il cronista Marziale ci descrive il trasloco di un tale Vacerra, sfrattato perchè moroso di due annualità. Il padrone di casa non ha voluto in pagamento il suo mobilio. “Il primo luglio ho visto il tuo trasloco, Vacerra. Che vergogna,! Passavano sul carretto: un letto con soli tre piedi, un tavolo con due (ne manca sempre uno), una tazza di corniolo, una lucerna, un pitale rotto che gocciolava da un lato, uno scaldìno verderame posato su un’anfora, un recipiente che dal tanfo che emanava tradiva un contenuto di sardine...”

Tutto ciò che serve ad arredare la casa viene chiamato supellex, suppellettile. Dalla suppellettile si distingue l’instrumentum, l’armamentario necessario ad tutelam domus, alla manutenzione della casa: riserve di tegole e travi per le riparazioni urgenti, il piccolo arsenale per spegnere eventuali incendi (scale, secchi, tubi), martelli, scalpelli ecc. Non va dimenticato infatti che molte attività, che da noi sono proprie di pubblici servizi o della grande industria, nell’economia antica sono mansioni domestiche.

Sono suppellettili in senso stretto: letti, sedie tavole, bracieri, candelabri e vasellame. Altre suppellettili sono quelle che servono ad ornare la casa (quadri, baldacchini, gale da mettere intorno alle colonne) o a renderne più piacevole abitarvi, come le lastre di talco da adattare alle finestre in funzione di vetri oppure i velaria, da stendere in luoghi aperti per ripararsi dal sole.

Stavolta non trattiamo di persone, ma di strutture ed oggetti. Ma non avremo bisogno di sforzi di immaginazione per vedere uomini, donne, fanciulli e schiavi, conosciuti nei precedenti incontri, aggirarsi disinvolti tra gli ambienti e gli arredi della loro quotidianità.


Fonti bibliografiche:
U. E. Paoli, Vita Romana, Mondadori, Milano, 2000;
J. Carcopino, La vita quotidiana a Roma, Laterza, Bari, 1986;
F. Dupont, La vita quotidiana nella Roma repubblicana, trad. di R. Cincotta, Laterza, Bari, 1990

 

dr. Domenico Augenti

 

<<< Nascere donna

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Gialle
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Per trovarti meglio!

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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