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Gli ambienti superstiti delle antiche domus presentano
stanze quasi tutte di ridotte dimensioni, spesso senza finestre. Alcuni
vani poi sono decisamente angusti e probabilmente soddisfano la necessità
di avere dispense e ripostigli che sopperiscano alla scarsità di
mobilio, specialmente di grossi armadi e credenze. La ridotta dimensione
e la carente illuminazione denunciano inoltre due tipiche situazioni del
mondo romano.
La prima è di ordine pratico. Si ha difficoltà
a riscaldare la casa in inverno e non si conoscono infissi funzionali.
Troviamo infatti che anche nelle case più ricche il riscaldamento
ad aria calda sotto il pavimento è sistemato soltanto nella zona
di rappresentanza ed ai bagni. Quanto alla luce naturale, alle finestre,
quando non vengono messi teli o pelli agitate dal vento e battute dalla
pioggia, non ci sono che sportelloni di pietra o di legno (valvae), raramente
lastre di ardesia, alabastro o vetro. Insomma se le imposte sono chiuse
si resta al buio, se sono aperte si trema di freddo.
In secondo luogo si deve considerare che il Romano antico
vive poco in casa: la mattina ha impegni politici, economici, privati
nel Foro. Il pomeriggio è alle terme o va agli spettacoli. La casa
serve a prendere il pasto principale, la cena e soprattutto per il riposo
notturno: le camere non hanno dunque gran bisogno di spazio e di finestre.
Chi vive di più in casa è la donna, ma sappiamo che la matrona
romana è una donna che gode di una gran libertà e spesso
è anche lei fuori di casa: per la strada, nei negozi, alle terme,
agli spettacoli.
Tuttavia con il tempo questo tipo di casa si evolve.
I Romani, arricchiti dalle guerre di conquista in oriente,vogliono ostentare
il benessere raggiunto e dotare le proprie abitazioni di ogni comodità.
La casa si allunga verso il suo interno e dal primitivo
giardinetto, hortus, si sviluppa il perystilium, uno spazio erboso cinto
di porticati a colonne, sul quale si aprono da ogni lato ambienti di varia
grandezza: i più grandi ed i più belli sono nel lato più
lontano dall'atrio.
Che sta subentrando il raffinato influsso ellenistico
lo si nota dalla denominazione degli ambienti. Per quelli originari, della
parte anteriore della casa si usano termini italici (atrium, fauces, alae,
tablinum), per quelli successivi, della parte posteriore i vocaboli sono
di origine greca (peristylium, triclinium, exhedra).
Nei suoi ultimi sviluppi la domus ha ormai caratteristiche
decisamente signorili. E' una casa comoda, bellissima, raccolta su circa
otto-novecento metri quadrati, ma se la possono permettere solo i ricchi
cittadini di Roma o gli abitanti dell'opulenta cittadina di Pompei.
La tumultuosa crescita demografica, dovuta all'intensificarsi
delle conquiste e l'eccessivo agglomerarsi della popolazione nelle città
comportano infatti necessità edilizie tali, da contrapporre questo
elegante tipo di casa romana ai grandi isolati di case d'affitto (insulae),
coi quali nei grandi centri urbani si cerca di risolvere l'angoscioso
problema delle abitazioni: alveari umani molto simili, come aspetto e
distribuzione degli ambienti, ai palazzoni popolari moderni.
Anche di questo passaggio domus-insula si sa poco. 
Alcuni sostengono che l’evoluzione in senso verticale della domus
tradizionale per soddisfare i bisogni abitativi delle classi popolari
medio-basse si sia determinata sin dai tempi più antichi, sicuramente
prima dell’impero. Secondo altri le insulae nascono come sopraelevazione
delle tabernae tabulatae, i negozi dotati di un soppalco di tavole per
l’abitazione del commerciante.
E' certo in ogni caso che già dal II sec. a.C.
doveva esistere, anche a Pompei e Preneste, un tipo di casa popolare senza
traccia di atrio, ma con una fila di negozi indipendenti sulla strada
e con scale esterne per i piani superiori.
Le facciate di queste costruzioni sarebbero state le dirette antenate
delle insulae imperiali.
I due tipi di abitazione, domus ed insula, convivono
dunque dagli ultimi secoli della Repubblica, ma il numero delle insulae
avrà un deciso sopravvento, finchè agli inizi del IV°secolo
si contano 1800 domus contro oltre 46.000 insulae.
Le differenze tra i due tipi di case balzano evidenti se
si confrontano le domus di Pompei con le insulae di Ostia (a Roma le insulae
sono quasi totalmente scomparse. Infatti, oltre a quella sotto la chiesa
dei Santi Pietro e Paolo al Celio, ne resta solo una, visibile ai piedi
del Campidoglio).
La domus pompeiana è tutta orientata verso il suo interno: l'aria
e la luce vi irrompono dalle due aree centrali: l'atrio ed il peristilio;
questa casa manca di un prospetto esterno. Le finestre sono rare. A volte
si aprono in modo irregolare e sulla facciata non presentano cornice.
Nella foto
INSULA ROMANA (PARTICOLARE)
da A. Pascolini, Usanze e Tecniche nell'edilizia degli antichi Romani,
Armando Editore - Roma, 1985, pag.28
Tutta la domus poi è di regola al piano terra.
Il primo piano, quando c'è, si presenta come parziale sopraelevazione
di qualche ambiente del pianterreno. Ogni vano della domus è preordinato
ad un singolo uso esclusivo: il cubiculum è una camera da letto,
il triclinium da pranzo, il tablinum da riunioni, ecc. L’insula
è notevolmente più elevata della domus. Può raggiungere
i tre o quattro piani (circa 18 metri). Quella dell'Aracoeli a Roma aveva
forse sei piani. E’ un grande caseggiato intensivo a più
appartamenti. E’ costruito interamente in muratura con cortina in
laterizio non intonacata.
A pianoterra, oltre alle botteghe con retrobottega e
soppalco per l’abitazione del commerciante, presenta appartamenti
più comodi e signorili, anche dotati di impianti idrici, aperti
su un cortile interno, spesso abitati dal proprietario del caseggiato.
Gli appartamenti superiori hanno volte in muratura fino
al secondo piano, poi solai in travature lignee e soffitti a incannucciate.
Sopra le finestrelle che danno luce alle pergulae del mezzanino delle
tabernae, presenta numerose finestre e balconi in legno e muratura.
Aria e luce entrano ora solo dalla facciata ed al più da un misero
cortiletto interno. La copertura del tetto è a coppi e tegole.
Costruita in economia, in modo da poter utilizzare lo spazio interno il
più possibile ad uso di stanze da affitto, non destina gli ambienti
ad un uso esclusivo e gli abitanti li utilizzano promiscuamente, secondo
i bisogni della famiglia.
Data la totale mancanza dell’acqua e dei servizi
igienici negli appartamenti, l’insula di grandi dimensioni viene
a volte dotata al piano terra di servizi comuni: la fontana, il bagno,
il gabinetto (forica) e tra le taberne la lavanderia (fullonica). Altrimenti
bisogna fruire di fontane e latrine di quartiere.
Le fonti letterarie parlano di scale interminabili sino
a piani altissimi, di igiene precaria, di pericolo di crolli ed incendi,
di finestre così vicine da potersi dare la mano coi vicini, di
insostenibile rumorosità. Quanto alle delizie dell'antico giardino
della domus, la povera gente dell'insula, invidiando il peristilio dei
signori, rallegra, dice Marziale, la malinconia col coltivare qualche
fiore sul davanzale della finestra.
Le insulae, che sorgono mediamente su una superficie
di 200/300 metri quadrati, appartengono di regola ad un solo proprietario,
poiché, stando alle disposizioni neroniane ricordate da Tacito,
ogni edificio deve avere muri perimetrali propri e non in comune con i
fabbricati attigui.
Il proprietario, se non lo ha adibito a taberne, abita a volte al pianterreno,
in un appartamento chiamato nostalgicamente "domus", ornato
di mosaici e dotato di acqua corrente, quando si è ottenuta la
concessione dell'allaccio alla rete.
Gli appartamenti dei piani superiori si chiamano "cenacula".
Ce ne sono cinque o sei per insula. In ogni appartamento vivono mediamente
5/6 persone. Nei soppalchi delle taberne (pergulae) abitano i commercianti.
Più in alto si sale più aumenta la calca degli inquilini
per via dei subaffitti a catena. Agli ultimi piani dell'insula troviamo
sempre gli inquilini più poveri.
Per evitarsi le noie di una gestione diretta il proprietario
affitta l'intero stabile per cinque anni ad un vero e proprio industriale-amministratore
dei cenacula. Questi corrisponde al proprietario un canone pari a quello
della domus del pianterreno e cura la manutenzione dell'edificio, acquisisce
e colloca gli inquilini, mantiene la pace, infine riscuote le rate trimestrali
dei suoi subaffitti annuali. Il rincaro dei canoni di affitto è
un tema costante di lagnanze nella letteratura romana.
Per completare l'argomento va accennato alla villa rustica
ed alla villa urbana, due edifici che i Romani, non tutti per la verità,
hanno nei loro possessi di campagna.
La villa rustica è costruita per tener conto delle esigenze pratiche
di un'azienda agricola e di regola destinata ai servi che, sotto la vigilanza
del fattore, vìlicus, devono attendere ai lavori agricoli. Ci sono
comunque ambienti destinati ad ospitare degnamente la visita del padrone.
Un esempio di villa rustica, famosa, oltre che per l'importanza archeologica,
per il tesoro rinvenuto: il prezioso vasellame d'argento che oggi si trova
al Museo del Louvre di Parigi è la villa di Boscoreale vicino Pompei.
La villa urbana, che offre le comodità della vita
cittadina, è invece quella parte dell’edificio, destinata
ai padroni quando vengono a dimorare in campagna.
Non sempre in ogni possesso c'è la villa urbana: se il proprietario
non ha grandi mezzi si accomoda in un appartamento padronale ricavato
appunto nella villa rustica. Meravigliose ville urbane avevano Cicerone
e Plinio il Giovane. Orazio invece in Sabina viveva nell'edificio del
fattore e dei servi.
Una villa è sempre circondata da terreno adibito in parte ad orti,
in parte a parco con boschetti di piante di lusso e giardini con siepi
di mortella tagliate geometricamente, aiuole, piccoli sentieri, statue,
sedili, giochi d'acqua.
Il parco è percorso da larghi viali chiamati gestationes, perchè
vi si può essere portati in lettiga.
Il parco di una villa romana è stato materialmente ricostruito
nella reggia borbonica di Caserta, ad imitazione di quelli che proprio
in quell’epoca si andavano scoprendo a Pompei.
Per concludere un cenno all'arredamento.
Ai Romani le nostre case sembrerebbero magazzini ingombri di mobili.
L'arredamento della casa romana è essenziale e ridotto al minimo
perché, fatta eccezione dell'atrio e del tablinum, che accolgono
la famiglia riunita, oppure dei triclini e dell'esèdra, che si
aprono agli ospiti nei giorni di ricevimento, gli ambienti sono generalmente
molto ristretti. Il mobilio è ridotto a qualche cassapanca e ad
armadi. Per conservare indumenti e oggetti ci si serve soprattutto di
nicchie nei muri, piccoli ripostigli e anche di stanze adibite all'uso.
Spesso anche letti, tavole e poltrone sono costruiti in muratura.
Grande importanza nell’arredo hanno tappeti e tendaggi,
ma sono soprattutto le pitture parietali ad arricchire le stanze e spesso
con i loro giochi prospettici illusionistici a dilatare lo spazio angusto.Alle
pitture si aggiungono i mosaici di pavimenti, pareti e soffitti e nelle
domus più suntuose anche intarsi marmorei parietali e pavimentali.
Certo le case dei poveri che abitano nei grandi caseggiati
di affitto non sono così arredate. Il cronista Marziale ci descrive
il trasloco di un tale Vacerra, sfrattato perchè moroso di due
annualità. Il padrone di casa non ha voluto in pagamento il suo
mobilio. “Il primo luglio ho visto il tuo trasloco, Vacerra. Che
vergogna,! Passavano sul carretto: un letto con soli tre piedi, un tavolo
con due (ne manca sempre uno), una tazza di corniolo, una lucerna, un
pitale rotto che gocciolava da un lato, uno scaldìno verderame
posato su un’anfora, un recipiente che dal tanfo che emanava tradiva
un contenuto di sardine...”
Tutto ciò che serve ad arredare la casa viene
chiamato supellex, suppellettile. Dalla suppellettile si distingue l’instrumentum,
l’armamentario necessario ad tutelam domus, alla manutenzione della
casa: riserve di tegole e travi per le riparazioni urgenti, il piccolo
arsenale per spegnere eventuali incendi (scale, secchi, tubi), martelli,
scalpelli ecc. Non va dimenticato infatti che molte attività, che
da noi sono proprie di pubblici servizi o della grande industria, nell’economia
antica sono mansioni domestiche.
Sono suppellettili in senso stretto: letti, sedie tavole,
bracieri, candelabri e vasellame. Altre suppellettili sono quelle che
servono ad ornare la casa (quadri, baldacchini, gale da mettere intorno
alle colonne) o a renderne più piacevole abitarvi, come le lastre
di talco da adattare alle finestre in funzione di vetri oppure i velaria,
da stendere in luoghi aperti per ripararsi dal sole.
Stavolta non trattiamo di persone, ma di strutture ed
oggetti. Ma non avremo bisogno di sforzi di immaginazione per vedere uomini,
donne, fanciulli e schiavi, conosciuti nei precedenti incontri, aggirarsi
disinvolti tra gli ambienti e gli arredi della loro quotidianità.
Fonti bibliografiche:
U. E. Paoli, Vita Romana, Mondadori, Milano, 2000;
J. Carcopino, La vita quotidiana a Roma, Laterza, Bari, 1986;
F. Dupont, La vita quotidiana nella Roma repubblicana, trad. di R. Cincotta,
Laterza, Bari, 1990
dr. Domenico Augenti
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