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Storia >> La donna dell'Antica Roma >> Il nome è tabù
   

“Opou sù Gaiòs egò Gaià" (Ubi tu Caius ego Caia)
(Plutarco, Quaestiones Romanae, 271 d)

 
 

Testa femminile in terracotta

Cagliari – Museo Archeologico

 

 

 

Il nome è tabù

La dolce espressione ed il trattamento elegante del viso di questa ragazza romana del periodo repubblicano, così come la sua acconciatura con una treccia assai elaborata per quell'epoca, sono eccezionali.
E’ raro trovare ritratti ufficiali della donna romana anteriormente al I° secolo a.C. Le sculture nelle case sono esposte senza il nome della persona raffigurata, a conferma della riservatezza femminile di quell’epoca. (1)
Trascorsi i primi otto giorni dalla nascita (primordia) ha luogo un rito di lustrazione. La bambina viene purificata con acqua (lustratio). Parenti e amici di famiglia portano doni e alla bambina viene dato un nome, il suo vero praenomen, (2) che viene però gelosamente tenuto segreto e custodito nell’intimità familiare. Ma, siccome è necessario individuare la donna anche al di fuori dell’ambiente domestico, (3) quel nome, che è tabù, viene sostituito per i terzi da un cognomen, quello della gens paterna con le sole aggiunte utili a distinguere la neonata dalle sorelle, secondo l’ordine di nascita (Maxima, Maior, Minor oppure Prima, Seconda, Tertia) o secondo l’aspetto (Rutilia, Murrula, Burra). E’ così che mentre un uomo, come Marco Tullio Cicerone, possiede tre nomi, sua figlia si chiama solo Tullia. (4) Più tardi nella cerimonia nuziale, alla rituale domanda “Qual è il tuo nome?” rivolta alla donna dallo sposo nel momento dell’entrata ufficiale di lei nella casa del marito (deductio in mariti domum), (5) la sposa risponderà di chiamarsi con lo stesso nome di lui (6) e al precedente cognomen gentilizio paterno subentrerà o si aggiungerà quello dello sposo. Così la catulliana Lesbia, il cui nome ufficiale è Clodia (figlia di Clodio), diventerà Clodia Metelli, la donna di Quinto Metello Celere. E per la seconda volta nella sua vita la donna continuerà a tacere al pubblico il suo vero nome, che non verrà rivelato neppure nella sua epigrafe funeraria. (7)
Poiché le donne ancora nel I° secolo d.C. non mostrano il praenomen ci si chiede già in quell’epoca se ciò avvenga per un antico costume (more maiorum). Varrone e Festo confermano che il nome individuale della donna non si rende noto non tanto per un divieto, ma per un’antichissima consuetudine, di cui si è persa memoria già in età imperiale. (8) In ogni caso la donna un suo nome individuale lo ha, ma è talmente riservato da essere conosciuto solo nella cerchia dell’intimità domestica, perché in origine il nome è una parte del suo corpo, conoscere quel nome equivale a conoscere la donna (cognoscere mulìerem), pronunziarlo è quasi toccarla, è come avere con lei un inammissibile contatto fisico. (9)
Alcuni nomi, come Burrosa, Rubbia o Asellina, sono forse nomi individuali, appioppati a donne di bassa estrazione sociale e di facili costumi, che non hanno alcun interesse a tenerli celati all’uso pubblico. (10)

N O T E

Il nome è tabù

1) E. Salza Prina Ricotti, Amori e amanti a Roma, L’Erma di Bretschneider, Roma, 1992, p.116

2) Così come quello di Roma e della sua divinità tutelare, un nome segreto che non deve cadere in mano ai nemici (Macrobio, 3, 9, 2-5; Plinio, Storia Naturale, 3, 5, 65) . Una conferma viene dal culto della Bona Dea, modello ideale della buona matrona, che viene onorata proprio con una denominazione generica. La segretezza del suo nome che nessun uomo deve pronunciare (Servio, Eneide, 8, 3,14; Plutarco, Vita di Cesare; Macrobio, I, 12, 27; Lattanzio, Istituzioni, I, 22, 10) è una manifestazione di pudicizia e di riservatezza, che la dea custodisce esemplarmente (Emilio Peruzzi, Le origini di Roma, Valmartina, Firenze, 1970, I, p.106)

3) Il paterfamilias è obbligato a denunciarlo in sede di censimento periodico, pena anche la morte (Livio, 1, 44, 1) e questo fa sì che quel nome rivesta anche rilevanza giuridica (E. Peruzzi, Le origini di Roma, cit., p.113).

4) Rutilia è rossiccia di capelli, Murrula è bruna, Burra è tenera. Cicerone chiama affettuosamente la figlia Tulliola (Cicerone, Ad Atticum, 1, 8, 3).

5) …quasi in domicilium matrimonii (Digesto, 23, 2, 5)

6) Opou sù Gaiòs egò Gaià (Plutarco, Quaestiones Romanae, 271 d). In età imperiale troviamo la donna indicata dal nome gentilizio del padre e della madre (C.I.L. XII, 334).

7) In una ricerca, eseguita su 125 iscrizioni funebri femminili in una necropoli presso Praeneste, la maggior parte è risultata costituita da nomi patronimici e gamonimici. Solo pochi nomi, sei (4,8 % circa), di cui quattro dubbi, indicati con la sola iniziale, sarebbero prenomi delle defunte. Il che conferma ancora una volta che il nome individuale c’era, ma non veniva usato.

8) Varrone, De Lingua latina, IX, 61 e Festo s.v. Praenominibus, 251 6 L.

9) Solo da coloro che hanno su di lei lo ius osculi (il diritto di baciarla, vedi infra cap.17) Polibio, Storia, 10440 f ; E. Peruzzi, Le origini di Roma, cit., I, p. 57 e p. 65; Eva Cantarella, Passato Prossimo, Donne romane da Tacita a Sulpicia, Feltrinelli, Milano, 1996 p.51.

10) E. Cantarella, Passato Prossimo, cit., pp.51-52. Burrosa, perché ha la morbidezza del burro, Rubbia, la rossa, perché questo, oltre al giallo e al blu, è il colore dei capelli delle meretrici, Asellina, l’asinella, tale è definita un’ostessa di Pompei in odore di prostituzione

 

Domenico Augenti

 
La donna dell'Antica Roma
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