Il
nome è tabù
La dolce espressione ed il trattamento elegante
del viso di questa ragazza romana del periodo repubblicano, così
come la sua acconciatura con una treccia assai elaborata per quell'epoca,
sono eccezionali.
E’ raro trovare ritratti ufficiali della donna romana anteriormente
al I° secolo a.C. Le sculture nelle case sono esposte senza il nome
della persona raffigurata, a conferma della riservatezza femminile di
quell’epoca. (1)
Trascorsi i primi otto giorni dalla nascita (primordia) ha luogo un
rito di lustrazione. La bambina viene purificata con acqua (lustratio).
Parenti e amici di famiglia portano doni e alla bambina viene dato un
nome, il suo vero praenomen, (2) che viene però gelosamente tenuto
segreto e custodito nell’intimità familiare. Ma, siccome
è necessario individuare la donna anche al di fuori dell’ambiente
domestico, (3) quel nome, che è tabù, viene sostituito
per i terzi da un cognomen, quello della gens paterna con le sole aggiunte
utili a distinguere la neonata dalle sorelle, secondo l’ordine
di nascita (Maxima, Maior, Minor oppure Prima, Seconda, Tertia) o secondo
l’aspetto (Rutilia, Murrula, Burra). E’ così che
mentre un uomo, come Marco Tullio Cicerone, possiede tre nomi, sua figlia
si chiama solo Tullia. (4) Più tardi nella cerimonia nuziale,
alla rituale domanda “Qual è il tuo nome?” rivolta
alla donna dallo sposo nel momento dell’entrata ufficiale di lei
nella casa del marito (deductio in mariti domum), (5) la sposa risponderà
di chiamarsi con lo stesso nome di lui (6) e al precedente cognomen
gentilizio paterno subentrerà o si aggiungerà quello dello
sposo. Così la catulliana Lesbia, il cui nome ufficiale è
Clodia (figlia di Clodio), diventerà Clodia Metelli, la donna
di Quinto Metello Celere. E per la seconda volta nella sua vita la donna
continuerà a tacere al pubblico il suo vero nome, che non verrà
rivelato neppure nella sua epigrafe funeraria. (7)
Poiché le donne ancora nel I° secolo d.C. non mostrano il
praenomen ci si chiede già in quell’epoca se ciò
avvenga per un antico costume (more maiorum). Varrone e Festo confermano
che il nome individuale della donna non si rende noto non tanto per
un divieto, ma per un’antichissima consuetudine, di cui si è
persa memoria già in età imperiale. (8) In ogni caso la
donna un suo nome individuale lo ha, ma è talmente riservato
da essere conosciuto solo nella cerchia dell’intimità domestica,
perché in origine il nome è una parte del suo corpo, conoscere
quel nome equivale a conoscere la donna (cognoscere mulìerem),
pronunziarlo è quasi toccarla, è come avere con lei un
inammissibile contatto fisico. (9)
Alcuni nomi, come Burrosa, Rubbia o Asellina, sono forse nomi individuali,
appioppati a donne di bassa estrazione sociale e di facili costumi,
che non hanno alcun interesse a tenerli celati all’uso pubblico.
(10)
N O T E
Il nome è tabù
1) E. Salza Prina Ricotti, Amori e amanti a
Roma, L’Erma di Bretschneider, Roma, 1992, p.116
2) Così come quello di Roma e della sua
divinità tutelare, un nome segreto che non deve cadere in mano
ai nemici (Macrobio, 3, 9, 2-5; Plinio, Storia Naturale, 3, 5, 65) .
Una conferma viene dal culto della Bona Dea, modello ideale della buona
matrona, che viene onorata proprio con una denominazione generica. La
segretezza del suo nome che nessun uomo deve pronunciare (Servio, Eneide,
8, 3,14; Plutarco, Vita di Cesare; Macrobio, I, 12, 27; Lattanzio, Istituzioni,
I, 22, 10) è una manifestazione di pudicizia e di riservatezza,
che la dea custodisce esemplarmente (Emilio Peruzzi, Le origini di Roma,
Valmartina, Firenze, 1970, I, p.106)
3) Il paterfamilias è obbligato a denunciarlo
in sede di censimento periodico, pena anche la morte (Livio, 1, 44,
1) e questo fa sì che quel nome rivesta anche rilevanza giuridica
(E. Peruzzi, Le origini di Roma, cit., p.113).
4) Rutilia è rossiccia di capelli, Murrula
è bruna, Burra è tenera. Cicerone chiama affettuosamente
la figlia Tulliola (Cicerone, Ad Atticum, 1, 8, 3).
5) …quasi in domicilium matrimonii (Digesto,
23, 2, 5)
6) Opou sù Gaiòs egò
Gaià (Plutarco, Quaestiones Romanae, 271 d). In età
imperiale troviamo la donna indicata dal nome gentilizio del padre e
della madre (C.I.L. XII, 334).
7) In una ricerca, eseguita su 125 iscrizioni
funebri femminili in una necropoli presso Praeneste, la maggior parte
è risultata costituita da nomi patronimici e gamonimici. Solo
pochi nomi, sei (4,8 % circa), di cui quattro dubbi, indicati con la
sola iniziale, sarebbero prenomi delle defunte. Il che conferma ancora
una volta che il nome individuale c’era, ma non veniva usato.
8) Varrone, De Lingua latina, IX, 61 e Festo
s.v. Praenominibus, 251 6 L.
9) Solo da coloro che hanno su di lei lo ius
osculi (il diritto di baciarla, vedi infra cap.17) Polibio, Storia,
10440 f ; E. Peruzzi, Le origini di Roma, cit., I, p. 57 e p. 65; Eva
Cantarella, Passato Prossimo, Donne romane da Tacita a Sulpicia, Feltrinelli,
Milano, 1996 p.51.
10) E. Cantarella, Passato Prossimo, cit., pp.51-52.
Burrosa, perché ha la morbidezza del burro, Rubbia, la rossa,
perché questo, oltre al giallo e al blu, è il colore dei
capelli delle meretrici, Asellina, l’asinella, tale è definita
un’ostessa di Pompei in odore di prostituzione
Domenico
Augenti