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Storia >> La donna dell'Antica Roma >>Eroine, trasgressione sublimata di Domenico Augenti >>
   

" .ego me etsi peccato absolvo, supplicio non libero."cultrum, quem sub veste abditum habebat, eum in corde deficit ("Io mi assolvo da ogni colpa, ma non mi sottraggo alla punizione".e si piantò nel cuore il coltello che teneva nascosto sotto la veste)

Livio , I, 58
 
 

Teatro di Marcello e Chiesa di S. Nicola in Carcere - Roma - Foto Rosapepe

Il luogo, dove era anticamente un carcere romano, è stato teatro di un sublime ed eroico episodio di pietà filiale, protagonista una donna romana
 


Eroine, trasgressione sublimata

Nella donna romana l'esperienza di figlia direttamente vissuta da fanciulla e il modus vivendi di una matrona acquisito dal modello materno convivono ad ogni età, sempre presenti e riconoscibili nei suoi atteggiamenti, indipendentemente dal costume sociale, dal luogo e dall'epoca storica in cui essa vive.

Ma ci sono momenti in cui lei non esprime né la grazia leggiadra della figlia-fanciulla, né la materna dolcezza di una moglie-matrona. Sono i momenti in cui la donna appare aggressiva (1) e trasgressiva, ambiziosa e avida di potere, libertina, crudele fino al sadismo, tendenzialmente e temerariamente mascolina, con comportamenti che le procurano l'eterno sommario giudizio di creatura naturalmente instabile. (2) A lei, nei momenti in cui manifesta segni di questa sua terza anima, daremo il nome di "femmina."

La donna-femmina non abita soltanto il corrotto ambito temporale di fine repubblica o dell'impero; di essa troviamo traccia anche nel buon tempo antico, ad esempio nell'eroico comportamento di alcune romane, (3) additate ai posteri per le loro esemplari gesta certamente motivate da sublimi intenti, ma che rivelano in chi le ha compiute un atteggiamento temerariamente virile (4) e propenso a trasgredire, piuttosto che rispettare regole di moderazione ed equilibrio, divenute da secoli indiscusso patrimonio interiore di fanciulle e matrone. (5)

Un esempio è offerto da quella puerpera plebea, di cui non si conosce il nome, che va spesso a trovare la madre carcerata, condannata per un suo ignoto crimine a morire di fame con la pena del lento supplizio di un digiuno forzato ( supplicii causa carcere inclusa ). Ogni volta che arriva al carcere la visitatrice viene perquisita dai carcerieri, i quali devono accertarsi che non nasconda cibo per la reclusa. Ma la frequenza delle visite e l'eccezionale prolungarsi del periodo di carcerazione insospettiscono un carceriere, che un giorno va a curiosare nella cella durante il colloquio. E così scopre la figlia che allatta al suo seno la madre. Quel comportamento del tutto imprevedibile e anomalo è interpretato da tutti come un atto di estremo e straordinario amore filiale e come esempio mirabile di pietà. Viene perciò premiato con la liberazione della condannata e la concessione di un assegno alimentare vitalizio ad entrambe le donne. (6)

Arria Maggiore (7) ha sposato il senatore Cecina Peto. Mentre il marito è gravemente ammalato, il giovane figlio si ammala di un male incurabile e muore. Arria prepara il funerale e fa in modo che il marito malato non si accorga di nulla. Ogni volta che entra nella sua camera finge che il figlio sia vivo e quando il marito le chiede come sta, risponde bene quievit, libenter cibum sumpsit , (ha riposato bene, ha mangiato d'appetito). Quando le lacrime, a lungo trattenute, la vincono e divengono incontenibili, esce di casa e si abbandona al dolore. Dopo essersi sfogata rientra nella stanza col volto ricomposto e gli occhi asciutti, come se avesse lasciato fuori il suo lutto. Con questo sforzo sovrumano riesce a salvare il marito dalla malattia. ma in seguito non può sottrarlo alla condanna di Claudio. Peto è tra i ribelli di Scriboniano. I soldati dell'imperatore lo catturano in Illiria e lo imbarcano su una nave diretta a Roma per giustiziarlo come congiurato. Arria supplica i soldati di portare via anche lei: "Bisogna pure che a un ex console diate una schiava. Io posso servirlo a tavola, vestirlo, calzarlo." Di fronte al netto rifiuto dei militari noleggia una barca per seguire il marito. Non vuole sopravvivere alla sua morte. Vuole portare al limite estremo la sua qualità di matrona univira , anche se la sua intima amicizia con Messalina potrebbe farla vivere in grande onore. (8) Alla moglie del capo dei rivoluzionari rinfaccia di voler continuare a vivere anche dopo l'uccisione del marito. (9) Il genero, l'anziano senatore Tràsea, tenta di dissuaderla da un gesto sconsiderato, le chiede: "se io dovessi morire, vorresti che tua figlia morisse con me?" Arria non ha dubbi: "Se con te avesse vissuto tanto tempo e in accordo, come io con Peto, sì che lo vorrei".

In attesa dell'esecuzione del marito i parenti la sorvegliano attentamente, lei se ne accorge e grida: "Contro quello che ho deciso non potete fare nulla! Così facendo mi procurerete solo una morte peggiore!" Si lancia con il capo contro la parete e sviene. Quando è imminente l'arrivo del carnefice, si fa vicina al marito che esita a darsi la morte per evitare il supplizio e si determina ad incoraggiarlo con un atto estremo. Improvvisamente tira fuori dalla veste un pugnale e se lo conficca nel petto. Poi lo estrae e lo porge al marito dicendogli: "Guarda, Peto, non fa male. (10) Mi darà più dolore la ferita che ti farai tu!" (11)

Il destino vorrà in seguito riproporre a sua figlia, Arria Minore, una situazione identica. (12) Il marito di questa donna è odiato da Nerone per il suo tacito e ostinato atteggiamento di dissenso (13) e viene invitato a spiegare in Senato i motivi del suo comportamento ribelle e arrogante contro le istituzioni. La sua difesa non convince. Gli si concede la facoltà di darsi la morte, evitando il supplizio. Arria è decisa a seguire l'esempio materno. Ma questa volta quel virile gesto non si ripeterà. Il marito modera i suoi moti scomposti di femmina e riconduce la donna nell'ambito della sua figura di matrona. L'ammonisce ad aver cura della vita e a non far mancare l'unico sostegno rimasto alla comune figlia: l'affetto materno. (14)


Note

1. Per una sua naturale disposizione istintiva della donna, priva in sé di codice etico, tesa a conquistare e difendere il proprio ambito fisico, psichico e sociale, che, ove repressa, può condurre la donna ad "atteggiamenti dichiaratamente distruttivi e autodistruttivi" ( M. Valcarenghi , L'aggressività femminile , B. Mondadori, Milano, 2003, p.IX e p.60)

2 " . varium et mutabile sempre femina " ( Virgilio , Aen. , IV, 569-70). Con il termine femina si indica in antico anche il titolo di cui possono fregiarsi donne appartenenti agli ordines superiori, come le mogli dei senatori ( feminae clarissimae ) o dei cavalieri ( feminae honestae o honestissimae ), ma dal III° secolo d.C. questo termine identifica le stesse matrone ( feminae stolatae , Cenerini , op. cit. , p.103). Probabilmente significativo il fatto che Luciano in almeno tre dei suoi dialoghi abbia ripetutamente accostato la figura della madre (matrona) a quella della figlia (fanciulla, ma anche femmina cortigiana) ad indicare forse inscindibili aspetti di una medesima realtà ( Dialoghi delle cortigiane , 3, 6, 7)

3 Tra cui spiccano, più volte citati dalle fonti classiche, tre mostri sacri di virtù: Virginia, Lucrezia e Clelia. Virginia è una vergine plebea molto bella che vive nel quinto secolo avanti Cristo. Va a scuola nei padiglioni del Foro, dove si accorge delle attenzioni che le rivolge l'anziano decemviro, Appio Claudio. I genitori la hanno già promessa ad un altro e quindi lei sa che deve evitare pudicamente ogni contatto con altri uomini, ma è forse proprio questo che accende nel potente uomo un'incontenibile passione. Da lui Virginia si vede persino offrire denaro e tante promesse purchè si decida a sottostare alle sue libidinose voglie. La ragazza, contro ogni venale atteggiamento, rifiuta sdegnosamente tutte le offerte e tiene lontano con coraggio il potente Appio. Questi, pazzo di desiderio, non si dà per vinto ed escogita un piano per fare sua la vergine. Un giorno nel Foro Virginia è aggredita da un uomo, che la riconosce come una sua schiava, che gli era stata rapita tempo addietro. Appio, chiamato come giudice a decidere sull'appartenenza della bella ragazza, la assegna con la sua sentenza al complice, dal quale in seguito l'avrebbe acquistata. Il padre della ragazza, consapevole della sua impotenza di fronte a tale verdetto, prende dal banco di un macellaio un coltello e uccide Virginia per sottrarla al disonore. ( Livio , III, 44-58; Dionigi di Al. , XI, 28-46; Val. Massimo , VI, 1, 2) - Lucrezia , moglie di Tarquinio Collatino è una matrona della fine del sesto secolo avanti Cristo. E' notte alta e lei è ancora nell'atrio di casa, seduta tra le sue ancelle, a filare la lana al lume della lucerna, quando improvvisamente vede arrivare il marito a cavallo insieme ai suoi commilitoni. Erano tutti alle porte di Ardea, assediata dai Romani, quando a cena avevano deciso di fare un'improvvisata alle rispettive moglie per constatare cosa stessero facendo a quell'ora. Fra tutte Lucrezia presenta il più apprezzabile e virtuoso comportamento. Tanto basta per accendere di passione l'animo di un amico del marito, Sesto Tarquinio. Questi dopo pochi giorni si presenta da Lucrezia da solo. Lei lo riceve con ogni riguardo e dopo cena lo fa accompagnare nella stanza degli ospiti. Nella notte Lucrezia è svegliata dall'uomo che vuole farla sua. All'energico rifiuto della donna, Tarquinio la minaccia di ucciderla e di porle accanto il corpo senza vita di uno schiavo per fare intendere a tutti che lui ha ucciso entrambi gli amanti per punire il presunto adulterio della donna con un servo. Lucrezia di fronte a quella minaccia deve cedere all'infame, ma manda subito a chiamare suo padre e il marito. Li informa di tutto, li invita alla vendetta. Dice "Solo il corpo è stato violato la morte lo proverà". Poi estrae dalla veste un pugnale e si toglie la vita. ( Livio , I, 57-60; D. Cassio , fr .II, 11, 13; Diodoro Sic. , X, 20, 1; Dionigi di Al. , IV, 67, 1). Clelia è una ragazza del sesto secolo avanti Cristo. Insieme ad altre fanciulle è stata data in ostaggio dai Romani al condottiero etrusco Porsenna, a garanzia dell'osservanza dei patti stretti tra i due popoli. Un giorno le vergini chiedono ai loro custodi di poter fare un bagno nel Tevere, presso gli accampamenti etruschi. C'è un punto del fiume dove un'ansa offre riparo e acque calme. Per non farsi vedere nude pregano le sentinelle di allontanarsi per qualche tempo, finché non si saranno lavate e rivestite. La sponda romana è vicina, alle donne viene il desiderio di fuggire e raggiungerla a nuoto, anche se più in là la corrente sembra forte e si vedono profondi gorghi. Ma tra loro è Clelia a rompere ogni indugio: monta a cavallo e prova a guadare il fiume, incitando le compagne. Così le guida e le riporta a Roma incolumi dai loro parenti. I Romani per non essere accusati di slealtà ai patti vogliono restituire gli ostaggi a Porsenna. Questi promette che, se riavrà Clelia non le farà del male e la restituirà inviolata ai Romani. Quando gliela riportano, ammirato dalla sua virile audacia, le fa avere un cavallo e la lascia tornare a Roma. Le offre anche di scegliere e portare con sé un certo numero di ostaggi da restituire ai Romani, selezionati da lei stessa tra i più giovani. A Clelia verrà eretta una statua equestre sulla via Sacra, laddove la strada sale verso il Palatino. Quella statua costituirà un femminile monito ai giovani romani che ora entrano in città facendosi trasportare sprofondati e sdraiati sui morbidi cuscini delle lettighe. ( Dionigi di Al. , V, 35, 2; Livio , II, 12-14; - Val. Massimo , III, 2, 2; Livio , II, 13, 6;; Plutarco , Poplicola , 19, 3-4; Moralia , 250D; Servio , Ad Aen. , VIII, 646; Plinio , N.H ., XXXIV, 28; Seneca , Ad Marc ., I, 10; Flor ., I, 10)

4 Dell'eroina Clelia si esalta proprio la coraggiosa mascolinità ( Livio , II, 13; Plinio , N.H. , 34, 13). "Clelia è stata quasi trasformata in uomo" ( Seneca , Cons.ad Marciam, 16, 2). Un animo coraggiosamente virile mostrano anche donne come Epicari ( Tacito , Annales , 15, 57) e Sempronia, "donna per sesso e aspetto, uomo per il resto" ( Sallustio , De Cat. con. , 25)

5 "Le eroine vivono nello spazio esterno, non protetto, avventuroso: l'opposto di quello domestico al quale sono destinate." Le loro storie "sono racconti di eventi che .cancellano temporaneamente o addirittura capovolgono le regole del vivere ordinato: nella specie del vivere delle donne secondo le giuste regole della vita femminile" ( E. Cantarella , Per una storia della condizione femminile , Edizioni New Press, Como, 1985, p.60). Al di là della colorazione eroica del loro agire, queste donne rivelano atteggiamenti trasgressivi, derivanti dal loro essere "femmine", nel senso indicato

6 Sul luogo dov'era il carcere e dove ora c'è il Teatro di Marcello (" ubi nunc Marcelli theatrum est ", Plinio , N.H. , VII, 121) viene in seguito (nel 181 a .C.) innalzato un tempio alla dea Pietà. La Chiesa cristiana di S. Nicola in Carcere, eretta proprio nei pressi del Teatro di Marcello sulle rovine di tre templi romani, deve il suo nome a un carcere bizantino dell'VIII secolo funzionante proprio nei pressi di quello antico

7 Plinio , Ep. , III, 16; Marziale , I, 13; D. Cassio , LX, 16, 5-6

8 D. Cassio , LX, 16, 5

9 Plinio , ibidem . Al riguardo sarebbe interessante una ricerca sull'influenza che nella formazione e nell'evoluzione del costume femminile ha storicamente esercitato una censura operata proprio da donne

10 Il marito muore suicida (nel 42 a .C.) e I d?? , ???te, ouk a??? , sarà la battuta con cui Arria Maggiore diverrà celebre per secoli. Ma Plinio aggiunge che se quella frase l'ha resa famosa, ci sono altre cose di lei, rimaste ignote ai posteri, a far intendere che quel suo gesto non era improvvisato

11 Marziale , I, 13

12 Tacito , XVI, 34

13 Trasea è un oppositore del regime neroniano. E' il senatore che esce dal Senato alla notizia della morte di Agrippina, la madre di Nerone, che è assente alla cerimonia con cui si decretano onori a Poppea e non partecipa ai funerali di questa, che chiede infine una pena più mite per un pretore che ha ingiuriato Nerone. E' quello che per tre anni non si fa vedere in Senato, che non si fa vedere nelle cerimonie ufficiali di inizio dell'anno, nonostante sia sacerdote del collegio dei quindecemviri , che non compie sacrifici per la salute del principe e non ne esalta la voce divina. Tutto questo è già una secessione, un partito di opposizione. Ha già dei seguaci che lo imitano nel contegno e nell'espressione severa del volto, quasi a rimproverare la lasciva condotta dell'imperatore. Alla seduta in cui sarà decisa la sua accusa i senatori per motivi di ordine pubblico entrano nella Curia in mezzo a gruppi di soldati armati. Nerone, allude a lui quando rimprovera l'assenteismo di certi senatori, che abbandonano i pubblici doveri per dedicarsi alla cura dei loro giardini. La sentenza di morte viene comunicata a Trasea mentre nel suo giardino conversa con amici sulla natura dell'anima

14 Tacito , ibidem .

Domenico Augenti

 

 

La donna nell'Antica Roma

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